
Partigiani in Val Luretta, accanto ad una Lancia Augusta. Si riconoscono, primo da sinistra, Giuseppe Riva, anni 24, già ufficiale e allievo pilota della Regia aeronautica militare, figlio di Giacomo nominato dagli antifascisti nel settembre 1944 sindaco di Agazzano, e, terzo da sinistra, Vittorio Renzi, anni 25, studente universitario e futuro veterinario nel comune di Agazzano. L’auto era di proprietà di un amico di Giuseppe Riva e questo lo aveva fatto avvertire che era stata precettata dai tedeschi e che avrebbe preferito la prelevasse lui partigiano prima che quelli la requisissero. E così era avvenuto.
Il comune di Agazzano – circa 3.000 abitanti al tempo della lotta di Liberazione, dei quali poco meno di un terzo residenti nel capoluogo – ha una collocazione territoriale fra l’area di pianura, sotto controllo nazifascista, e quella appenninica con presenza di formazioni partigiane. Ne deriva che sia oggetto di frequenti incursioni e azioni sia delle une che delle altre forze. Ma per lo stesso motivo nessuna delle due parti riesce a mantenere in loco un proprio stabile presidio armato. Nel settembre 1944 alla direzione dell’Amministrazione comunale vengono comunque nominati organi rappresentativi dei partiti antifascisti, che resistono in carica fino al mese di novembre, quando il movimento partigiano piacentino viene temporaneamente travolto dal rastrellamento generale organizzato dai comandi militari tedeschi anche tramite la loro 162a divisione di fanteria “Turkestan”.
L’inizio della Resistenza in Val Luretta
Nei primi mesi del ricostituito regime fascista, dopo l’occupazione tedesca dell’Italia il 9 settembre 1943, è presente ad Agazzano una stazione dei carabinieri nella vecchia caserma in via Roma di fronte alla Chiesa parrocchiale, e, in altra sede, una squadra della MVSN fascista, corpi militari accorpati da quel regime nella Guardia Nazionale Repubblicana. Alla GNR è affidato fra l’altro il compito di assicurare, anche con la forza, il reclutamento dei giovani delle leve 1924-1926 per ricostituire un nuovo esercito da riportare in guerra a fianco della Germania nazista. I carabinieri non gradiscono di essere utilizzati al servizio delle forze militari tedesche, né il loro accorpamento con la milizia fascista. Quando nel gennaio 1944 a Piacenza si decide di far eseguire dalla GNR un rastrellamento nel comune di Piozzano per prelevare i giovani renitenti all’arruolamento, il comandante della stazione di Agazzano, maresciallo Giuseppe Ghidoni, fa in modo, tramite i parroci della zona, che le famiglie dei renitenti ne siano preavvertite.
Ne consegue, il 24 gennaio 1944, non il semplice allontanamento dei ricercati dalle loro abitazioni, ma la prima azione collettiva in provincia di Piacenza di resistenza popolare armata e cruenta al nazifascismo (Cfr. L’agguato di Vidiano).Il torpedone con i 15 componenti della GNR viene affrontato con i fucili da caccia posseduti dagli abitanti della zona, ma anche con alcuni moschetti abbandonati il 9 settembre del ’43 dalle guardie della polveriera di Cantone, estesa fra i territori di Agazzano, Piozzano e Pianello Val Tidone.
Nel frattempo è giunto e si è insediato nel caseggiato di La Sanese, nel punto più alto del Comune di Piozzano, il già tenente dei carabinieri Fausto Cossu con alcuni altri disertori dell’Arma, per costruire una organizzazione di resistenza alle forze nazifasciste. Si uniscono a lui via via diversi carabinieri che disertano dalle caserme della GNR. Anche il maresciallo Ghidoni finisce per raggiungere Fausto. Il regime fascista a quel punto non tenta più di mantenere un presidio militare ad Agazzano.
Agazzano nell’area d’intervento della 1a Brigata G.L. e di Lino Vescovi “Valoroso”
Con l’adesione di diverse decine di appartenenti all’Arma dei carabinieri, di centinaia di ex soldati e pure di ex ufficiali dell’esercito, di giovani renitenti all’arruolamento del regime fascista, nonché con l’assorbimento di tutti gli altri gruppi di ribelli che si erano inizialmente costituiti in Val Tidone e in Val Trebbia, la formazione partigiana al comando di Fausto diventa nel giugno del ’44 una brigata e nel mese di agosto una divisione suddivisa in più brigate: divisione e brigate dal nome Giustizia e Libertà (Cfr. Organizzazione e consistenza del movimento partigiano).
Il territorio del comune di Piozzano è il primo a passare totalmente sotto controllo partigiano. Vi si insediano tre distaccamenti della 1a Brigata G.L.. La parte inferiore, comprendente il capoluogo, diventa la base operativa della “squadra volante” di Lino Vescovi, noto come il Valoroso per l’arditezza delle imprese che realizza scendendo in pianure e compiendo clamorosi colpi di mano nei confronti delle forze nazifasciste.
Valoroso con i suoi uomini, con la famosa “camiassa” (un autocarro Opel sottratto ai tedeschi) o l’auto nera Lancia Ardea, non solo transitano spesso per Agazzano e per le strade che portano alla via Emilia pavese, ma non di rado si fermano nel paese: a sottolineare che anche questo Comune è sotto controllo partigiano.
Eccidio fascista e ritorsione partigiana. Fucilazione del vice-segretario provinciale del Fascio e commissario prefettizio del Comune di Agazzano
La presenza partigiana ad Agazzano è testimoniata anche dai rapporti del Comando piacentino della GNR al loro Comando Generale di Brescia. In uno del 14 giugno 1944 è addirittura scritto che i ribelli intendono occupare Agazzano il giorno dopo, 15 giugno. In un altro del 30 giugno si dice che dalla polveriera di Cantone, “alla cui sorveglianza erano guardie giurate dipendenti dal comando tedesco, i ribelli hanno asportato tutte le armi e munizioni e alcuni quadrupedi”.
Comunque, fino a quasi la fine di luglio l’autorità politica amministrativa del Comune di Agazzano è costituita da un commissario prefettizio, il quale è nientemeno che il vice-segretario provinciale del Partito fascista, Antonio Quadrelli, originario di Nibbiano.
Il 26 luglio accade che una squadra di militi fascisti, cattura a Castelbosco di Gragnano tre giovani partigiani, nello stesso luogo li malmenano brutalmente e li uccidono. Il comandante dei partigiani Cossu decide che occorre rispondere con una adeguata ritorsione ammonitrice: fucilare tre fascisti, però non semplici militi, fra quelli tenuti in custodia, dopo la cattura, al Moiaccio di Piozzano. In quel momento è nelle mani dei partigiani un personaggio importante e responsabile di brutalità, l’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza e già dirigente dell’OVRA – la polizia segreta di Mussolini – Riccardo Pastore, che era stato fatto prigioniero da Alberto Araldi “Paolo” il 30 giugno a Caratta di Gossolengo, assieme al figlio (quest’ultimo liberato il 9 luglio in cambio di un partigiano ferito). In aggiunta a Pastore si procede alla cattura di Antonio Quadrelli, quale vice segretario provinciale del Fascio, mentre si reca da Piacenza ad Agazzano, nonché di un agente della GNR, Giuseppe Regé, dedito ad attività di spionaggio. I tre sono sottoposti a processo nella sede del distaccamento partigiano di Groppo Arcelli di Piozzano, condannati a morte e, il 28 luglio, dopo aver ricevuti i conforti religiosi del parroco, passati per le armi. Nella notte le loro salme sono deposte all’ingresso del cimitero di Agazzano.
Dopo la strage nazifascista di Strà
Sia nel luglio 1944, che nel seguente mese di agosto, Agazzano è toccata da sanguinosi episodi della lotta in corso. Il 30 luglio un grosso reparto militare nazifascista comprendente una squadra di SS, dopo essere stato respinto dal presidio partigiano di Rocca d’Olgisio (in Comune di Pianello V.T.) e avere subito due perdite, fra cui un sottufficiale tedesco, compie l’orribile rappresaglia di Strà: la messa a morte di cinque donne fra i 21 e gli 85 anni d’età, un bambino di 2, un ragazzo invalido di 16 e due anziani di 72 e 76 anni.
Il CLN provinciale decide e annuncia che questo eccidio non resterà impunito. La rappresaglia su civili estranei alla lotta in corso è classificata dalle convenzioni internazionali come crimine di guerra. Le stesse ammettono una ritorsione proporzionale, volta a far cessare comportamenti illeciti e criminosi della controparte. La ritorsione viene compiuta con la fucilazione a Groppo Arcelli, l’8 agosto 1944, di nove militari scelti fra quelli custoditi al Moiaccio. Anche i corpi di questi vengono portati nella notte davanti al cimitero di Agazzano, in modo che i comandi militari nemici conoscano subito la riposta partigiana al loro crimine.
I feroci legionari della “Muti” in Val Luretta e l’eccidio a Monte di Agazzano
In un rapporto dell’8 settembre 1944 della GNR è scritto che “Nelle prime ore del 30 agosto una colonna composta da una autoblindo, un autocarro e 4 motocarrozzette della Compagnia E. Muti, si spingeva in puntata offensiva fino ad Agazzano e a Piozzano per accertare la consistenza dei ribelli. Ad Agazzano trovavano il paese deserto. Dopo aver preso le opportune misure di sicurezza si provvedeva alla occupazione del paese e ad interrogare qualche abitante che non aveva fatto in tempo ad allontanarsi”.
La Muti è un corpo militare fascista autonomo composto anche da delinquenti liberati dal carcere, armato dai tedeschi e noto per la brutale violenza fino alla tortura inflitta contro chi cadeva nelle sue mani. Ha la sede principale a Milano ma effettua reclutamenti anche a Piacenza, ed è richiesta per compiere retate e rastrellamenti. Comprensibile quindi che gli abitanti di Agazzano, saputo dell’arrivo di un contingente ad Agazzano, si siano allarmati, allontanati dalle proprie abitazioni e nascosti.
Il rapporto della GNR sottace però che l’incursione dei militi della Muti in Val Luretta si è conclusa con un eccidio: arrivati a Piozzano sui loro automezzi e guidati da militi piacentini, hanno imboccato la strada per Montecanino e nella zona fra i caseggiati di Colombara e Monte si sono scontrati con un piccolo gruppo di partigiani del distaccamento di Montecanino. Sopraffatti i resistenti grazie alla prevalenza numerica e al blindato, uccidono in combattimento il giovane Paolo Cigna e forse anche l’ex carabiniere Albino Ghigini, si accaniscono sui feriti – il diciottenne Luigi Pozzi e il diciannovenne Ermanno Riscassi – finiti a pugnalate, e infieriscono allo stesso modo sul cadavere di Ghigini.
Fra settembre e novembre 1944 l’amministrazione del Comune affidata ad esponenti antifascisti
I due mesi seguenti, settembre e ottobre 1944 – con l’esercito tedesco respinto anche dalla Toscana verso Nord e impegnato a fermare le forze angloamericane sulla Linea Gotica – nel Piacentino le milizie del regime fascista da sole non osano più misurarsi con le formazioni partigiane che giungono ad assumere il controllo di tutti Comuni in territorio collinare e montano. All’inizio di settembre anche nel comune di Agazzano, d’intesa fra il comandante Fausto e il CLN provinciale, si costituisce la nuova amministrazione civile: i tre tradizionali organi dei regimi democratici – il consiglio, la giunta e il sindaco – sono composti da esponenti dei partiti politici promotori e sostenitori della Resistenza. Sindaco è nominato Giacomo Riva, rappresentante del Partito d’Azione, affiancato da: Guido Marchi, fittabile, socialista; Luigi Botti, fittabile, democristiano; Pietro Guglielmetti, sarto, socialista; Francesco Ferrari, mediatore, socialista; Severino Motta, capomastro, democristiano; Luigi Franzini, agricoltore, comunista; Carlo Pattarini, fittabile, apolitico; Attilio Braghieri, operaio, comunista.
Il distaccamento di Valoroso ha ora una ottantina di componenti. Si prende pertanto in considerazione di porne la base nel grande castello di Agazzano, al momento non abitato dai proprietari, ma questo appare troppo esposto ad incursioni nemiche, che possono giungervi all’improvviso da più direzioni. Si sceglie quindi la scuola di Piozzano, collocando un posto di avvistamento e di blocco sulla strada provinciale proveniente da Agazzano. Il 12 novembre, Valoroso ed i suoi uomini arrivati ad Agazzano dopo aver compiuto nella notte precedente uno straordinario colpo di mano all’Arsenale di Piacenza, vengono accolti e lodati accolti dal comandante Fausto. Nel pomeriggio, quegli stessi uomini con le loro armi bersagliano dal castello di Agazzano un reparto militare proveniente da Gragnano Trebbiense, costringendolo alla ritirata.
A fine novembre 1944 tutto appare perduto
Poi, in tre giorni, a fine novembre 1944, tutto quello che si era realizzato nei precedenti otto mesi di crescita e azione del movimento partigiano in Val Tidone-Val Luretta appare perduto. E’ arrivata nel Piacentino, distaccata dal fronte, la 62 divisione di fanteria tedesca “Turkestan”, formata anche da soldati reclutati in regioni asiatiche, i cosiddetti “mongoli”. Ha il compito di stroncare la resistenza partigiana in tutto il territorio della provincia.
Di fronte al numero e alla potenza di fuoco di questi avversari, le formazioni partigiane, dopo aver subito pesanti perdite, sono costrette a ripiegare e infine a sciogliersi, nascondendo le armi. In Val Luretta un’ultima resistenza è tentata il 24 novembre, presso Vidiano, nei confronti del reparto militare in arrivo da Pianello dopo avere travolto il distaccamento partigiano di Rocca d’Olgisio. Nel territorio del comune di Agazzano i soldati della Turkestan sono solo di passaggio, provenienti da Rottofreno e diretti anch’essi verso l’alta val Luretta.
Mentre gli abitanti vivono settimane di paura per la fama di violenza che accompagna i “mongoli”, i partigiani in fuga, in terribili giornate di gelo e neve, finiscono per cercare salvezza nelle zone montane più alte, perfino in val d’Aveto e nelle province di Parma e di Genova.
Valoroso e altri riescono a tornare e a nascondersi nelle frazioni più periferiche del Comune di Piozzano e, protetti dalle famiglie contadine del luogo, a sfuggire alle ricerche delle squadre composte da soldati della Turkestan guidate da militi fascisti, provenienti in particolare da Pianello, che altrove scovano e fucilano decine di rifugiati.
Il ventenne agazzanese Francesco Gatti, che faceva parte della II Brigata Giustizia e Libertà insediata nel territorio del comune di Pecorara, tornato ad Agazzano per stare nascosto nella sua abitazione, è scoperto e catturato all’inizio del gennaio 1945. Deportato nel lager nazista di Mauthausen, le sue condizioni di deperimento lo portano alla morte il 13 maggio, nonostante l’arrivo il 5 maggio dei liberatori, un reparto dell’esercito americano.
La ripresa partigiana nel febbraio 1945
A partire dalla seconda metà del febbraio 1945, le forze tedesche sono costrette ad allentare la presa contro i partigiani e questi rapidamente ritornano sulle loro precedenti posizioni e si riorganizzano. Il 18 febbraio Fausto tiene una riunione alla Sanese. Si ricostituisce sotto il suo comando la divisione partigiana con il nome di “Divisione Piacenza”, organizzata in undici snelle brigate; il distaccamento di Valoroso, che era stata la prima formazione a ricostituirsi in Val Luretta e a riprendere le imboscate in pianura, viene premiato con il riconoscimento quale 9a brigata.
Fra le azioni partigiane di quel periodo si ricorda qui quella documentata anche da un rapporto della GNR. Il 21 febbraio un autocarro, scortato da un milite della GNR e da un sottufficiale tedesco e carico di grano (del Consorzio Agrario a cui gli agricoltori erano obbligati a conferire la loro produzione), è attaccato e catturato ad Agazzano, con perdita della vita del milite.
Diverse le catture sulla via Emilia Pavese di automezzi della Wehrmacht che trasportano armi, munizioni e carburanti. Gli Alleati riprendono i lanci, anche di divise con cui i partigiani possono sostituire i loro logori indumenti. Nel mese di marzo i Comuni del territorio montano e collinare tornano sotto il controllo dei partigiani, compreso Agazzano.
Dalla val Luretta a Piacenza per completare la liberazione della provincia
In aprile le brigate partigiane si preparano a scendere in pianura per cacciare fascisti e tedeschi anche da Piacenza. Il 16 aprile viene respinta l’ultima offensiva delle forze nazifasciste in Val Luretta, l’attacco al presidio partigiano nel castello di Monticello in comune di Gazzola, con pesanti perdite per gli attaccanti ma anche quattro caduti fra i partigiani, fra cui Lino Vescovi Valoroso, che con i suoi uomini era accorso in aiuto agli assediati.
La discesa in forza verso la città avviene il 25 aprile, dopo che il CLN Alta Italia, insediato clandestinamente a Milano, ha proclamato l’insurrezione generale contro le forze nazifasciste, mentre le forze degli Alleati anglo-americani dilagano nella pianura padana e da Parma incalzano i resti dell’esercito tedesco in rotta lungo la via Emilia verso Piacenza (Le tre giornate della liberazione di Piacenza) .
Cittadini di Agazzano che hanno aderito al movimento partigiano sono presenti nei contingenti che si avvicinano alla città da San Nicolò e da Gossolengo. Negli ultimi combattimenti, il 26 aprile a Sant’Antonio rimane ucciso da un blindato tedesco l’agazzanese Antonio Giovanni Botti: aveva appena compiuto 20 anni.
G.L. C – G. G. – F. R. – R. R.
Bibliografia e fonti
- Ettore Carrà (a c.), Il distaccamento autonomo di Monteventano. L’8a e l’11a Brigata della I Divisione Piacenza (testimonianze), Isrec Piacenza, 1981.
- Vescovi / G. Agosti, E verrà l’alba – Il valoroso. Una vita partigiana – 1a edizione Vicolo del Pavone 1996, 3a edizione 2021.
- Claudio Oltremonti, Ricardo Pastore dalla Questura all’OVRA, in “Nelle S.P.I.R.E del regime”, Cretespace, 2018.
- Angelo Porro (a c.), Nella bufera della Resistenza -Testimonianze del Clero piacentino durante la guerra partigiana – pagg. 143- 167 (testimonianza del parroco di Groppo Arcelli), Piacenza 1985.
- Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra – Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, (pag.243-244 su Riccardo Pastore), Bollati Boringhieri, 1999.
- Ermanno Mariani, La strage di Strà, (pagg. 93-98 sull’eccidio di Colombaia), Parallelo 45, Piacenza 2018.
- Fabrizio Redaelli, 1945 -1946. Il ritorno della democrazia ad Agazzano. Vicende e protagonisti, Comune di Agazzano e Anpi, 2025.
https://www.notiziarignr.it/ricerca/default.asp (provincia di Piacenza- Comune di Agazzano)
https://www.enciclopediaresistenzapc.it/wiki/strage-di-stra-approfondimenti/
Residenti nel comune di Agazzano che hanno partecipato attivamente alla Resistenza e hanno poi richiesto e ottenuto il riconoscimento quali partigiani: n. 32
(L’elenco con i dati personali e le immagini disponibili sono consultabili in questa enciclopedia alla categoria “Elenco e dati partigiani piacentini”).
Partigiani residenti nel comune di Agazzano che hanno pagato con la vita la loro partecipazione alla lotta di Liberazione dal nazifascismo:
- Antonio Giovanni Botti, anni 20, caduto in combattimento il 26.4.1945 a S. Antonio di Piacenza, apparteneva alla 8a Brigata della Divisione G.L./Piacenza. Gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’Argento V.M.
- Paolo Botti, anni 16, deceduto il 16.2.1946 in seguito a riferite riportate durante la lotta partigiana, aveva fatto parte della 1a brigata della Divisione G.L./piacenza
- Giuseppe Dagrada, anni 23, deceduto il 30.9.1944 in seguite a ferite in combattimento, apparteneva alla 11a Brigata della Divisione Piacenza.
- Francesco Gatti, anni 19, deceduto il 13.5.1945 nel campo di sterminio nazista di Mauthausen, aveva appartenuto alla 2a Brigata della Divisione G.L.
——————————————————————————————————————————-
Agazzanesi erano inoltre due generali dell’esercito italiano che, all’indomani dell’8 settembre 1943, non si arrendono alle forze d’invasione della Germania nazista e che anzi organizzano la resistenza dei reparti militari a cui sono al comando, pagando con la vita la propria scelta:
- Alfonso Cigala Fulgosi, nato ad Agazzano il 10.1884, generale di divisione comandante del presidio italiano di Spalato in Dalmazia, rifiuta di cedere le armi e con i suoi uomini contrasta, in collegamento con i partigiani jugoslavi, l’occupazione tedesca della città, infine sopraffatti e anche lui fatto prigioniero è fucilato il 1°ottobre 1943. Gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’Oro V.M.
- Ferrante Vincenzo Gonzaga, cl.1889, residente con la moglie Luisa Anguissola Scotti nel castello di Agazzano, dopo l’8 settembre 1943, quale comandante della divisione dell’esercito italiano dislocata nel salernitano, rifiuta di arrendersi agli invasori hitleriani ed organizza la resistenza, catturato nei pressi di Eboli cerca ancora di estrarre la propria pistola ed è ucciso da una raffica di mitra. Gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’Oro V.M.
(Sono da considerarsi fra i “resistenti” anche i militari che dopo l’8 settembre 1943 sono stati catturati ed internati in Germania – gli IMI– e che hanno poi rifiutato il reclutamento nelle nuove forze armate della RSI mussoliniana). Gli IMI nati nel comune di Agazzano risultano n. 72
L’elenco nominativo con singoli dati è consultabile in: https://www.internatimilitaripiacentini.it/ricerca-imi/
—————————————————————————————————————————–
Monumenti, cippi e lapidi nel comune di Agazzano a ricordo dei caduti partigiani:
- Ad Agazzano, in piazza Europa, lapide sul monumento a ricordo di tutti i caduti del comune nelle guerre del Novecento;
- Ad Agazzano, nel giardino lungo via Rivasso, lapide in memoria di Francesco Gatti.
- A lato della provinciale Agazzano-Piozzano, in località Le Vigne, cippo a ricordo dei quattro partigiani trucidati il 30 agosto 1944.
- Presso il castello di Monteventano (comune di Piozzano), lapide a ricordo di Marcello Cantoni e degli altri tre caduti appartenenti al “Distaccamento Monteventano” della Divisione G.L.
- Un cippo in località Monte ricorda i quattro partigiani caduti.
- Una lapide nel cimitero contiene anche i nomi dei civili che persero la vita nel secondo conflitto mondiale.
