
Il territorio di Rottofreno, totalmente pianeggiante e con circa 5.500 abitanti al tempo della guerra, è situato lungo la via Emilia Pavese e la parallela ferrovia nel tratto fra il comune di Sarmato e quello di Piacenza, dal quale è separato dal fiume Trebbia. Le suddette due infrastrutture di comunicazione hanno importanza strategica per le forze militari germaniche, anche per il trasporto di rifornimenti al fronte contro l’esercito anglo-americano. I loro automezzi in transito costituiscono a loro volta meta di agguati da parte dei partigiani insediati nell’alta Val Tidone e Val Luretta, al fine in particolare di rifornirsi di armi e vettovaglie.
Rottofreno ha contribuito alla lotta di Liberazione sia con l’adesione di una ottantina di suoi abitanti alle formazioni partigiane, dei quali ben undici caduti nel corso di combattimenti o fucilati per vendetta dai nazifascisti, che con le azioni contro questi che si sono svolte nel suo territorio.
I luoghi della Resistenza nel comune di Rottofreno
Il 9 settembre 1943 è proprio dalla via Emilia Pavese che arriva il contingente dell’esercito tedesco ad occupare Piacenza, fermato inizialmente da un reparto militare italiano al ponte sul fiume Trebbia (9 settembre 1943. La resistenza militare). Quel ponte il 6 luglio 1944 è in parte demolito dai bombardamenti angloamericani per ostacolare le operazioni militari tedesche, ma i transiti saranno ancora possibili in un guado del fiume in secca. Più avanti il passaggio su ponte viene ripristinato con una provvisoria riparazione, tramite la posa di travi in cemento ad opera della Todt tedesca.
A S. Nicolò, il maggiore centro abitato del comune di Rottofreno, separato da Piacenza solo dal fiume Trebbia, s’insedia un presidio della GNR, la polizia militare fascista, trasformando in caserma i locali dell’ex Dopolavoro lungo la strada per Mamago; vi soggiornano anche militari tedeschi per il pattugliamento della via Emilia. Nonostante ciò, i partigiani, organizzati in alta Val Tidone e Val Luretta nelle brigate della Divisione Giustizia e Libertà, non rinunciano a tentare audaci colpi di mano, oltre che sulla via Emilia (Le squadre volanti) pure in questo centro abitato. Anche perché, a supporto delle loro azioni opera un piccolo nucleo di informatori che li aggiornano di continuo sulla dislocazione e sui movimenti del nemico. Particolarmente rilevante il ruolo del barbiere Emilio Roda (cl. 1908), la cui bottega a Mamago è il centro di raccolta delle informazioni.
A indurre la popolazione a solidarizzare e collaborare con la Resistenza è anche la caccia che i nazifascisti danno ai giovani di leva del comune che si sottraggono all’arruolamento fascista (I renitenti all’arruolamento della Rsi), nonché agli ex soldati che dopo l’8 settembre 1943 sono riusciti a sottrarsi alla cattura tedesca e all’internamento in Germania (Gli IMI piacentini): uno di questi, Alberto Buttafava, di 20 anni, dopo la cattura è addirittura fucilato, a Rottofreno il 7 agosto 1944.
Importanti successi partigiani ma anche l’eccidio subito a la Borghesa
I successi partigiani negli agguati ad automezzi militari in transito sulla via Emilia sono numerosi, con la cattura degli stessi automezzi, di armi, munizioni e vettovaglie – tutti beni preziosi per la vita delle formazioni partigiane – nonché con la cattura di militari nemici condotti poi nel campo per prigionieri attivato nella frazione Moiaccio del comune di Piozzano. Però una di queste azioni si conclude dolorosamente per i partigiani partecipanti, componenti della 1a Brigata della Divisione G.L. e provenienti dalla Rocca d’Olgisio in comune di Pianello. Giunti sulla via Emilia all’alba del 16 ottobre ’44, attaccano un automezzo tedesco all’altezza della strada poderale per villa Borghesa. Sono però sorpresi dall’arrivo imprevisto di altri con trasporto di soldati. Ne segue un sanguinoso combattimento nel corso del quale, oltre a diversi di quei soldati, perdono la vita quattro partigiani; altri tre, feriti gravemente, vengono trasportati presso la villa Borghesa ma messi a morte barbaramente da un sopraggiunto reparto di militi fascisti (L’eccidio della Borghesa).
Questo drammatico episodio non scoraggia però l’iniziativa delle formazioni partigiane. Una settimana dopo un altro gruppo, insediato nel Castello di Monteventano in comune di Piozzano al comando di Lodovico Muratori “Muro” ed Enrico Rancati “Nico”, entrambi di Piacenza, decidono addirittura di eliminare il presidio nazifascista di San Nicolò. Arrivati di notte alla caserma, la circondano per prendere di sorpresa gli occupanti. Una sentinella riesce però a dare l’allarme e si sviluppa così un lungo scontro a fuoco. La situazione diventa pericolosa per i partigiani che pertanto si sganciano e allontanano. L’obiettivo però viene conseguito, perché i componenti il presidio, temendo nuovi attacchi, il giorno seguente lasciano la caserma e si ritirano Piacenza.
I partigiani di Muro e di Nico ne approfittano per mettere in atto nei giorni seguenti anche un colpo alla stazione ferroviaria di San Nicolò. Ne prendono possesso immobilizzando i due soldati tedeschi addetti e sostituendoli con due disertori della Wehrmacht diventati collaboratori dei partigiani, “Albert” e “Franz”. Questi, vestiti dalle loro divise, fanno arrestare un treno in arrivo e invitano la ventina di militari tedeschi in transito a scendere e a passare nella sala d’aspetto, dicendo che vi è stato predisposto un ristoro. Ma lì sono tutti catturati dai partigiani presenti con le armi spianate.
I partigiani non possono presidiare stabilmente San Nicolò perché potrebbero essere a loro volta sorpresi e colpiti da reparti militari nemici provenienti dalla vicina Piacenza, ma approfittano dell’assenza del presidio sia per impossessarsi di quanto abbandonato dai fuggiaschi nella caserma che per realizzare un altro intervento alla stazione ferroviaria, fruttuoso come il primo.
Il rastrellamento della Divisione “mongolo”-tedesca Turkestan
Il successivo mese di novembre del ’44 è invece segnato dal poderoso rastrellamento organizzato dal Comando della Wehrmacht in Italia , con l’invio nel Piacentino anche dell’intera Divisione di fanteria Turkestan, per annientare le forze della Resistenza in tutta la provincia. Il rastrellamento inizia il 23 di quel mese proprio dalla val Tidone, anche ad opera di un reparto di quella divisione dislocato fra C.S.Giovanni e Rottofreno. Dopo sanguinosi combattimenti le brigate partigiane sono costrette a ritirarsi dalla Val Tidone e Val Trebbia e riparare in Val Nure. Il rastrellamento continua però anche in quella valle e in Val d’Arda fino al gennaio ’45, con molte vittime fra i partigiani, caduti in combattimento o fucilati dopo la cattura. Emilio Canzi, comandante in capo delle formazioni partigiane piacentine, ha dovuto disporre il temporaneo scioglimento delle brigate e la dispersione dei partigiani in piccoli gruppi.
Dal mese di dicembre le forze militari nazifasciste tornano a presidiare i maggiori centri urbani della val Tidone, compreso San Nicolò, e da lì squadre di soldati, formate in particolare dai “mongoli”, sono via via inviati a stanare i nuclei dei partigiani tornati, generalmente disarmati, nella vallata e rifugiati in luoghi fuori mano. In seguito a questa caccia sono catturati e messi a morte anche tre giovani partigiani di Rottofreno: Vincenzo Pesatori, che durante il rastrellamento era finito in Val d’Aveto ed era poi tornato con un gruppo di compagni nella Rocca d’Olgisio, all’arrivo da Pianello, il 27 dicembre, di un reparto tedesco inviato per la loro cattura, cerca con un altro partigiano di fuggire dalla porta secondaria del maniero, ma sono entrambi falciati da raffiche di mitra; Marcello Cantoni, che aveva fatto parte del distaccamento di Monteventano e vi era ritornato dalla val Nure con altri partigiani, è ferito a morte il 28 dicembre mentre cerca di sottrarsi alla cattura attraverso i tetti; Annibale Bruschi “Nibi” che, per quanto solo diciottenne, era il più prezioso collaboratore di Lino Vescovi “Valoroso” nella realizzazione di audaci colpi di mano – i due anche durante il rastrellamento erano rimasti nell’alto territorio di Piozzano armati e pronti a ridare battaglia ai nazifascisti – è sorpreso e catturato nel gennaio 1945 mentre torna da una visita alla madre a San Nicolò, sottoposto poi a violenti interrogatori in carcere, infine portato a San Michele di Bagnolo Piano (Reggio Emilia) e lì fucilato, il 3 marzo, assieme ad altri sette antifascisti, per rappresaglia di una perdita subita localmente dall’esercito tedesco.
La liberazione di Rottofreno e S.Nicolò
Le brigate partigiane si ricostituiscono comunque anche in Val Tidone a partire dal febbraio ’45, riforniti di armi, munizioni e perfino di divise militari dai lanci aerei degli Alleati, che hanno compreso l’importanza del loro contributo alla sconfitta dell’esercito hitleriano. I partigiani riprendono il controllo del territorio collinare-montano e tornano anche a compiere colpi di mano sulla via Emilia. Perdono però la vita, il 7 marzo, altri due partigiani di Rottofreno, Giovanni Belloni e Giuseppe Zaccarini, appartenenti alla Ia Brigata G.L., in uno scontro presso la Pietra di Parcellara con un reparto di SS italiane salito da Perino per dominare la zona da quell’altura.
Ormai sono invece i partigiani a scendere in pianura. Fascisti e tedeschi tentano un’ultima offensiva nella notte fra il 15 e 16 aprile contro l’avamposto partigiano insediato nel castello di Monticello in comune di Gazzola, ma ne sono respinti e sgominati.
La Divisione partigiana Giustizia e Libertà assume il nome di Divisione Piacenza e il comandante Fausto Cossu dispone il piano per l’avvicinamento delle brigate al capoluogo della provincia. La Va Brigata al comando di Giuseppe “Pippo” Comolli, che era originariamente collocata fra Nibbiano e Zavattarello, ha il compito di muovere verso Piacenza fra il 22 e il 25 aprile lungo la Via Emilia Pavese. Nella tarda mattinata del 25 quei partigiani arrivano a Rottofreno e proseguono verso S. Nicolò. Le milizie fasciste hanno già abbandonato il paese, dopo aver compiuto, il 22, l’ultima sanguinosa vendetta: l’uccisione di Enrico Ennio Roda davanti alla sua bottega di barbiere.
Contrasta però ancora la liberazione di S. Nicolo un reparto tedesco attestato dietro il terrapieno della locale fornace. Viene respinto verso Piacenza e gli scontri si spostano il 26 a S. Antonio, alla periferia di Piacenza. I partigiani provenienti dalle diverse vallate entrano nella città liberata dopo altri due giorni di combattimenti, la mattina del 28 aprile (Le tre giornate della liberazione di Piacenza).
G.L. C. – R. R.
Bibliografia
- Pietro Solari, Partigiani della Val Trebbia e Val Tidone, Piacenza 1945.
- Ettore Carrà, a c., Il distaccamento autonomo di Monteventano e l’8a e l’11a brigata della I Divisione Piacenza, Istituto piacentino per la storia della Resistenza, Piacenza 1981
- A. Vescovi / G. Agosti, E verrà l’alba – Il valoroso. Una vita partigiana – 1a edizione – Vicolo del Pavone 1996, 3a edizione 2021.
- Anna Chiapponi, Piacenza nella lotta di Liberazione, Vicolo del Pavone, 2006
- Ermanno Mariani, Piacenza liberata, Pontegobbo, 2006
- Pietro Achilli, La Val Tidone nei giorni della lotta partigiana, Pontegobbo, 2016
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Residenti nel comune di Piozzano che hanno partecipato attivamente alla Resistenza e ne hanno richiesto e ottenuto il riconoscimento quali partigiani, patrioti o benemeriti: n. 82 (L’elenco e le immagini disponibili sono consultabile in questa enciclopedia dalla voce del menu “Elenco e dati Partigiani piacentini”.
Partigiani caduti residenti nel comune di Rottofreno: n. 11
- BELLONI GIOVANNI, anni 33, caduto in combattimento ai piedi della Pietra Parcellara (Travo) il 7.3.1945 – Medaglia d’Argento al Valor Militare;
- BRUSCHI ANNIBALE, anni 22, fucilato dai militari hitleriani a San Michele di Bagnolo in Piano (R.E.) il 3.3.1945 – Medaglia d’Argento al Valor Militare;
- BUTTAFAVA ALBERTO, anni 24, fucilato dai nazifascisti a Rottofreno il 7.8.1944;
- CANTONI MARCELLO, anni 24, ferito a morte nel castello di Monteventano (Piozzano) il 28.12.1944 e deceduto ad Agazzano tre giorni dopo;
- CIGNATTA PIETRO, anni 48, deceduto, in seguito a ferite in combattimento presso Ganaghello (C.S.Giovanni), il 19.4.1945;
- FONTANELLA ERMINIO MARIO, anni 18, catturato e fucilato da militi fascisti a Castelbosco (Gragnano) il 26.7.1944;
- LODIGIANI LUIGI, anni 22, ha lasciato la vita presso la frazione Moiaccio di Pecorara il 5.6.1944;
- PESATORI VINCENZO, nato a Gragnano Tr. anni 21, caduto per mano tedesca a Rocca d’Olgisio (Pianello V.T.) il 30.3.1923.
- RISCASSI ERMANNO, nato a Borgonovo V.T., anni 19, caduto in combattimento in località Monte di Agazzano il 30.8.1944;
- RODA ENRICO ENNIO, nato a Calendasco, anni 37, fucilato da militi fascisti davanti alla sua bottega di barbiere a Mamago il 22.4.1945;
- ZACCARINI GIUSEPPE, nato a Parigi da italiani emigrati, anni 21, caduto in combattimento ai piedi della Pietra Parcellara (Travo) il 7.3.1945 ;
(Altri dati su questi caduti sono presente al rispettivo nominativo nell’”Elenco e dati Caduti partigiani”, di questa enciclopedia)
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(Sono da considerarsi fra i “resistenti” anche i militari che dopo l’8 settembre 1943 sono stati catturati ed internati in Germania – gli IMI– e che hanno poi rifiutato il reclutamento nelle nuove forze armate della RSI mussoliniana).
Gi IMI nati nel comune di Rottofreno risultano essere stati n. 76
L’elenco nominativo con singoli dati è consultabile in https://www.internatimilitaripiacentini.it/ricerca-imi/
Monumenti, cippi e lapidi nel comune di Rottofreno a ricordo dei caduti partigiani:
– Nel cimitero di S. Nicolò, monumento funerario con tombe di Annibale Bruschi, Ermano Riscassi, Givanni Belloni, Giuseppe Zaccarini.
– All’incrocio fra la via Emilia Pavese e la strada per Villa Borghesa, cippo in memoria dei 7 caduti a seguito della battaglia del 16. 10.1944.
– Nel centro di Mamago, lapide sul cancello presso l’abitazione del barbiere Ennio Roda, fucilato dai fascisti il 22.4.1945.
I partigiani di Rottofreno che hanno perso la vita nella lotta di Liberazione sono inoltre ricordati da lapidi e cippi eretti nei luoghi del loro sacrificio.
