Medarda “Medina” Barbattini, deportata politica (1923 – 2012)

 

 

Medarda “Medina” BarbattiniGiovane operaia antifascista, subito attiva nella Resistenza, staffetta partigiana fra Piacenza- Milano e Piacenza-Parma. Arrestata il 28 agosto 1944, è deportata nel lager nazista di Ravensbrück. Successivamente trasferita nel sottocampo di Neubrandenburg viene sottoposta ai lavori forzati. Sopravvissuta alla tremenda marcia di evacuazione del campo, incontra l’8 maggio 1945 l’esercito americano liberatore.

Dalla formazione antifascista a staffetta partigiana

Medarda Barbattini, detta Medina, nasce a Settima di Gossolengo il 6 aprile del 1923. Durante la Seconda guerra mondiale abita con la famiglia a Piacenza in Cantarana 33, via di un quartiere popolare di forte tradizione antifascista, ed è assunta come operaia all’Arsenale militare. In questo, dopo l’occupazione tedesca della città, il 9 settembre 1943, molti lavoratori sostengono la Resistenza facendo uscire dallo stabilimento armi per i partigiani. Vi sono in particolare organizzati gli operai aderenti al Pci. Anche Medina diventa una antifascista comunista ed entra  fa parte di una cellula cospirativa con altri attivisti del partito, quale Alfredo Borotti, Piero Cella, Felice Trabacchi, Ettore Contini e i fratelli Luisa e Angelo Scacchi. Fra le prime azioni, l’aiuto assicurato ai militari inglesi ricoverati nel Centro Ospedaliero del Collegio Morigi per sottrarli alla cattura tedesca.

Quando, all’inizio del marzo ’44, il parmense Remo Polizzi subentra a Paolo Belizzi nell’incarico di segretario provincial del Pci (più avanti lo sostituirà anche nel CLN provinciale) Medarda Barbattini gli viene indicata come persona di grande valore e affidamento. Medina diventa così la staffetta incaricata delle missioni più impegnative e delicate.

Missioni da Piacenza a Milano e a Parma in bicicletta

Il compito che assolve Medina è, fra l’altro, quello di portare messaggi da Piacenza a Milano, destinati agli esponenti della Direzione del Pci e del Comando Generale delle Brigate Garibaldi insediati clandestinamente in quella città, e riportarne le loro comunicazioni. Nonché recarsi a Parma per lo scambio di messaggi con esponenti regionali del partito e del Comando partigiano Nord Emilia. Nonostante le lunghe distanze si reca in queste città generalmente in bicicletta, nascondendo i messaggi nel tubo superiore. Riesce sempre, con motivazioni convincenti, a superare i controlli di pattuglie militari, e incontra i corrispondenti porta-messaggi, di cui conosce solo i nomi convenzionali, in luoghi, prefissati, frequentati da molte persone, quali giardini pubblici. In tal modo, nonostante che a Piacenza gli agenti dell’Ufficio Politico Investigativo (Upi) della GNR siano particolarmente impegnati a scoprire l’organizzazione clandestina dei comunisti, Medina riesce a non suscitare sospetti su questa sua attività.

Arrestata dalla polizia del regime fascista

A Parma però, il 31 luglio del ’44, a seguito di una spiata, gli agenti fascisti perquisiscono l’insegnante jugoslava Julka Descovich, che è la dirigente del movimento femminile antifascista di Parma, e trovano presso di lei documenti, opuscoli e nominativi che li conducono ad arrestare, fra altri, tutti i componenti della famiglia Polizzi composta dal padre Secondo (fratello maggiore di Remo Polizzi), dalla moglie Ida Mussini e dai figli Ernesto e Lina. Vengono inoltre a conoscere il nominativo di Medarda Barbattini quale piacentina impegnata nella Resistenza.

Gli agenti fascisti di Parma informano l’Upi di Piacenza, ma anche Remo Polizzi e Medina vengono informati dagli amici antifascisti parmensi del pericolo di arresto che corrono, in tempo per cambiare domicilio. Medina, lascia la propria abitazione in via Cantarana e si rifugia nella casa a Co’ Trebbia di Calendasco dove era sfollata l’amica Luisa Scacchi con la famiglia. Gli agenti dell’Upi però, facendo indagini sulle amicizie di Medina e appostamenti, riescono infine, il 28 agosto, a sorprenderla in quella casa e l’arrestano assieme a Luisa.

Condotte nella sede dell’Upi, in via Ettore Muti 10 (in passato e in seguito via Borghetto) le due giovani – entrambe ventunenni – sono sottoposte ad interrogatorio dallo spietato cacciatore di antifascisti, l’ufficiale della milizia Filippo Zanoni.  Luisa che risponde di non essere a conoscenza di attività clandestine svolte da Medina e da altre persone, è rimessa per il momento in libertà, sarà però catturata ed imprigionata per attività partigiana nel gennaio 1945, rimanendo in carcere per due mesi e liberata infine per uno scambio di prigionieri.

Dopo un violento interrogatorio senza esito, la consegna di Medina nelle mani delle SS naziste

Nei confronti della Barbattini, che Zanoni ritiene impegnata attivamente nella Resistenza e in contatto con esponenti del Pci, vengono messi in atto diversi sistema d’interrogatorio per strapparle nominativi ed indicazioni utili alla cattura. Dapprima le si dice che, così giovane, è stata certamente messa nei guai da persone irresponsabili e che può tornare subito alla sua famiglia se ne indica i nomi. Poi la si mette a confronto con un uomo che la conosce, il quale, avendo ceduto nel suo interrogatorio, elenca una serie di sue azioni a favore del movimento di resistenza. Medina allora riconosce di essere sì una patriota, ma afferma che non dirà nulla a danno dei suoi compagni.

Si passa allora alla violenza, alle percosse con una “frusta di cuoio con sette nodi”. La si minaccia pure, se non parla, di farle una iniezione di pentotal, la “puntura della verità”. Medina ha il corpo coperto di piaghe ed è terrorizzata dall’idea di perdere il controllo della propria mente, ma non cede.

Zanoni è costretto a prendere atto che non può strappare da questa giovane informazioni utili per penetrare nella rete clandestina del Pci, e allora la mette nelle mani della Sicherheitsdiens (SD) di Piacenza, cioè il Servizio di Sicurezza delle SS, con la qualifica di pericolosa oppositrice politica a tedeschi e fascisti, sapendo che così la sua fine sarà quella della deportazione in un lager nazista.

La deportazione nel lager di Ravensbrück

L’SD di Piacenza fa trasferire Medarda Barbattini alle carceri di Parma, a disposizione del locale   l’SD, competente a deciderne il destino. E inizia il calvario di Medina. Dalle carceri di Parma viene trasferita per qualche giorno in quelle di Verona e poi nel Campo di transito di Bolzano. Da Bolzano il 5 ottobre 1944 parte il Trasporto n. 91: Medina è in quel convoglio ferroviario di deportati in carri bestiame sovraffollati, con scarsità di aria, acqua e pane, sotto stretta vigilanza delle SS.

Quel drammatico viaggio verso l’ignoto dura sei giorni, fino alla stazione di Fürstenberg-Mecklenburg, a nord di Berlin, dalla quale sono condotte a piedi nel lager femminile di Ravensbrück. Qui le deportate sono sottoposte alle procedure di immatricolazione, perquisizione, spoliazione, rasatura dei capelli, vestizione con i camicioni zebrati e assegnazione ai blocchi-dormitori.

Medarda Barbattini è registrata con il numero di matricola 77321: deve dimenticare il suo nome, d’ora in poi sarà solo quel numero. E scopre subito che le condizioni di vita sono disumane: appelli ripetuti e prolungati, sovraffollamento, fame, freddo, parassiti, violenze da parte delle sorveglianti, e il clima di terrore determinato dal “revier”, luogo degli esperimenti medici, e dal cosiddetto “trasporto nero”, evocato come destinazione di morte.

Trasferimento nel sottocampo di Neubrandeburg e lavoro schiavistico

Nel lager di Ravensbrück Barbattini trova fra le altre deportate Julka Descovich e Ida e Lina Polizzi. La prima è in stato di gravidanza e Medina, che le porta due patate sottratte al momento della distribuzione, viene punita con 25 frustrate, davanti a tutte le donne. Della Descovich, isolata al momento del parto, non si saprà poi più nulla.

Nel mese di novembre Medina è trasferita in un sottocampo presso la città di Neubrandeburg e sottoposta a pesanti prestazioni di lavoro, sia come operaia in uno stabilimento della Siemens che come manovale in opere di sterro all’aperto, pure nelle condizioni climatiche insopportabili di quell’inverno ’44-’45. Subisce le consuete violenze dei lager e deperisce per l’insufficiente alimentazione.

La drammatica “marcia della morte” ma infine, almeno per Medina, la liberazione

Verso la fine del mese di aprile del ’45 le truppe sovietiche, già entrate in Germania, si stanno avvicinando. Il 29 le deportate sono incolonnate dalle SS e costrette a camminare sotto minaccia delle armi verso una nuova destinazione. E’ “la marcia della morte”,  che investe anche altri lager. Chi è troppo debole o malata per proseguire  viene fucilata, altre muoiono di fame e di freddo.

La marcia della morte di Medina e delle sue compagne si protrae, fra immense sofferenze, fino al 7 maggio. Quel giorno sono giunte ad una città in fiamme perché è in corso un bombardamento. Le file si scompongono. Le SS si danno alla fuga perché è imminente la capitolazione della Germania. Medina e altre cinque detenute si allontanano verso la campagna, anche se incerte sulla direzione da prendere. Sono  sfinite e hanno fame. Incontrano ex prigionieri italiani anch’essi in fuga e in seguito militari sovietici dai quali ricevano i primi soccorsi. Raggiugono infine  le truppe americane. Saranno queste a curare il  loro rientro in Italia.  Ma Medina arriverà a Piacenza solo il 28 agosto di quel 1945.

A Piacenza Medina continua il suo impegno politico e nelle elezioni amministrative di marzo 1946 è una delle prime due donne elette nel Consiglio comunale della città.

Già Croce al Merito di guerra, un mese dopo la sua scomparsa, 1° maggio 1912, in occasione del 56° anniversario della nascita della Repubblica italiana, le viene conferita alla memoria la Medaglia d’Onore del Presidente Giorgio Napolitano.

                                                                                                                                                   G. P.

Bibliografia

  • Remo Polizzi, Il Iavoro cospirativo – Novembre 1926 / Aprile 1945, Edizioni Alfa Bologna, 1968
  • Anna Chiapponi, Piacenza nella lotta di liberazione 1943-1945, ETN, Piacenza 1976.
  • Carla Antonini, a c. , Rinchiudere un sogno – Da Piacenza ai lager nazisti, Isrec di Piacenza, 2017.
  • Istituto Comprensivo di Rivergaro – Scuola Secondaria di Gossolengo, La vita di Medarda Barbattini, un esempio per tutti, anno Scolastico 2024-2025, in Archivio Anpi di Piacenza, busta 144.
  • Eugenio Augeni, a c., Memorie del giovane partigiano Angelo Scacchi, anno 2015, in  Archivio Anpi di Piacenza, busta 144.