
Sardo, già ufficiale di complemento dei carabinieri, sceglie la Resistenza. Da Bologna con alcuni carabinieri raggiunge all’inizio del gennaio 1944 il caseggiato di La Sanese, presso il crinale fra la val Tidone e la val Trebbia. Da lì, con altri carabinieri che disertano dalle stazioni montane piacentini, con crescenti adesioni di giovani renitenti alla leva della RSI fascista e con ufficiali dell’esercito che si uniscono a lui, via via costruisce la più consistente formazione partigiana del territorio piacentino, che assume il nome di Divisione Giustizia e Libertà e infine di Divisione Piacenza.
Le origini sarde – la deportazione nel Reich hitleriano – il ritorno fortunoso in Italia
Fausto Cossu nasce in Sardegna, a Tempio Pausania, il 23 maggio 1914 da una famiglia di imprenditori del distretto sugheriero gallurese. Compie studi classici e si laurea il 28 febbraio 1940 in Giurisprudenza. Richiamato alle armi nel maggio del 1941, è nominato prima sottotenente e poi tenente nell’Arma dei carabinieri. Nel gennaio del ’42 viene inviato in territorio di guerra come comandante della Tenenza dei Carabinieri di Pola e successivamente destinato alla 43ª Sezione mista Carabinieri della 57° Divisione di fanteria “Lombardia”, che ha compiti di ordine pubblico e controguerriglia contro i partigiani di Tito.
L’8 settembre ‘43, i 14.000 uomini della Divisione, con gli ufficiali e il generale comandante, vengono disarmati “senza colpo ferire”: le due sezioni carabinieri resistono per qualche ora prima di arrendersi ed essere avviati anch’essi alla deportazione nel Reich nazista. Fausto Cossu, inviato a Zagabria e poi nel campo d’internamento Stalag XVII A di Kaisersteinbruck in Austria, rifiuta per due volte, secondo le sue dichiarazioni, l’adesione alle milizie fasciste. Trasferito a Feldstetten, riesce a farsi inserire nella scorta di un treno che il 20 novembre ’43 riporta in Italia una compagnia mista di carabinieri e guardie di finanza.
Da Bologna al caseggiato di La Sanese nel comune di Piozzano
Giunto a Bologna, entra in contatto con l’avvocato Mario Jacchia, esponente del Partito d’Azione nel CLN Emilia-Romagna, con il quale Cossu rimarrà in stretti rapporti fino alla sua cattura e fucilazione da parte nazi-fascista a Parma il 20 agosto 1944.
Jacchia, che era stato ufficiale nella Prima guerra mondiale e si dedicava anche ad organizzare la diserzione dei militari rimasti in servizio sotto la Rsi, incarica Cossu di mettersi alla testa e portare una settantina di disertori, fra carabinieri e guardie di finanza, quasi tutti armati, nell’Appennino piacentino per organizzarvi la Resistenza. Giunge così, il 10 gennaio 1944, con una decina di quelli che lo avevano seguito, a La Sanese, in comune di Piozzano, dove la casa dei fratelli Albasi era già un punto di riferimento per i primi ribelli della zona.
La formazione partigiana di Fausto Cossu, che sarà chiamato semplicemente “Fausto”, viene costituita inizialmente inquadrando quei primi ribelli e i carabinieri delle stazioni montane convinti a disertare dai presidi GNR e a unirsi a lui; a maggio raggiunge la forza di circa 100 uomini e prende il nome di “Compagnia Carabinieri Patrioti”.
La costruzione della I Brigata GL e l’intervento contro la “Banda Piccoli”
Giugno 1944 rappresenta il momento di svolta e inaugura il periodo di maggior successo. L’azione di Cossu è pragmatica: egli intraprende anche una decisa lotta di repressione e accorpamento delle piccole formazioni già operanti nella Val Tidone con strategie di lotta allarmanti per la popolazione locale, perché colpivano a morte esponenti del regime di Salò ed effettuavano espropriazioni a possidenti di reputazione fascista. È in questo contesto che si consuma l’uccisione, il 5 giugno di quel 1944, da parte di uomini di Cossu di tre componenti della “Banda Piccoli” e del loro comandante, Giovanni Molinari di Fiorenzuola d’Arda, ‘vecchio’ antifascista perseguitato dal regime, che era stato inviato dal Pci in val Tidone per organizzarvi i partigiani.
Il deciso intervento Jacchia a sostegno del grave atto di violenza intrapartigiana fa sì che il CLN piacentino e lo stesso comando nazionale del CVL, dopo una rapida inchiesta, giustifichino “provvisoriamente” la decisione del comandante. Fausto decide quindi di ascrivere la sua organizzazione tra le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà che fanno riferimento al PdA: all’inizio del luglio ’44 ha nome Brigata GL, all’inizio di agosto diventa Divisione GL suddivisa in più brigate.
I partigiani della Divisione GL di Fausto assumono il controllo di 18 Comuni
La Sanese diventa un centro organizzativo, accogliendo ex ufficiali dell’esercito che si uniscono ai partigiani e ospitando ispettori, commissari, agenti; fornisce una base per gli aviolanci e assicura rapporti costanti con le missioni alleate, fondamentali per segnalare informazioni sulle azioni e il traffico nemico di mezzi e truppe. Entro l’ottobre ’44 i partigiani della Divisione GL, inquadrati in 7 brigate, 2 distaccamenti autonomi e la squadra volante del Ballonaio, assumono il controllo di 18 comuni della media e alta Val Trebbia e Val Tidone, danno vita all’esperienza della “Repubblica Partigiana di Bobbio“, di grande valore anche simbolico, e arrivano a strappare al nemico anche il controllo dei pozzi petroliferi di Montechiaro in comune di Rivergaro. La Divisione, che a detta di Cossu arriva a contare 4.700 uomini, è dotata di automezzi ed armi per lo più sottratte ai tedeschi nelle puntate lungo la via Emilia.
I rapporti di Cossu con il CLN di Piacenza non sono sempre facili, ma egli ha l’appoggio del CLN Alta Italia e contatti con la V Armata degli Alleati attraverso le missioni paracadutate a La Sanese.
Due grandi rastrellamenti nazi-fascisti e la crisi partigiana dell’inverno 1944-‘45
Da fine luglio ’44 la Divisione GL deve fronteggiare la svolta repressiva, sia da parte tedesca (intervento respinto contro la Rocca d’Olgisio, a cui segue l’eccidio rappresaglia di Strà), sia della Repubblica fascista, con l’arrivo di un nuovo Prefetto, Alberto Graziani, e con il grande rastrellamento di fine agosto diretto contro le postazioni partigiane sulla dorsale appenninica emiliano-ligure. Finisce l’esperienza dei 52 giorni di autogoverno della “repubblica” di Bobbio e vengono invece insediati nella val Trebbia e Val d’Aveto ligure-piacentine 10 presidi stabili della Divisione Alpina Monterosa addestrata in Germania. Il controllo militare è però di breve durata perché le forze lasciate a presidiare il territorio subiscono attacchi partigiani ed un’emorragia di diserzioni (Italo Londei costituisce con gli alpini disertori la VII Brigata GL).
Il Proclama Alexander del 13 novembre ‘43, con cui si rimanda la riscossa alla primavera consente ai tedeschi, di ridislocare truppe per attuare il “grande rastrellamento invernale” (operazione Heygendorf ) della 162ª Divisione di fanteria Turkestan. Dopo tre giorni di combattimenti, l’allestimento di diverse linee di difesa fino all’esaurimento delle munizioni, e lo sganciamento di gran parte degli uomini delle brigate GL al di là del fiume Trebbia, Fausto è costretto ad ordinare lo scioglimento della divisione.
La riorganizzazione della Divisione di Fausto – la battaglia di Monticello e la liberazione di Piacenza
La ripresa dell’attività partigiana avviene nel febbraio ‘45. Con la riaggregazione di buona parte dei vecchi componenti e l’adesione di nuovi – in tutto circa 3.000 uomini – la formazione al comand o di Cossu prende il nome di Divisione Piacenza. E’ strutturata in 11 snelle brigate, con comandanti che hanno più esperienza alle spalle. In breve viene riconquistato il controllo su tutto il territorio appenninico della val Trebbia e val Tidone e le brigate si proiettano verso la pianura. Una ultima offensiva nemica viene tentata, il 16 aprile, contro i 32 partigiani di presidio nella postazione avanzata del castello di Monticello, ma gli attaccanti, sebbene di molto superiori in numero, vengono respinti con pesanti perdite.
Si giunge infine alla liberazione di Piacenza. Dal Comando della XIII Zona partigiana è affidato alla Divisione di Fausto il compito di investire con le sue brigate la città dal lato Ovest e Nord-Ovest. Le brigate iniziano il 26 aprile la penetrazione nella periferia urbana, ma le forze tedesche sono ancora consistenti e hanno il compito di ritardare l’avanzata partigiana per proteggere l’attraversamento del Po delle proprie truppe in ritirata. Così gli Alleati, giunti da Parma alle spalle dei partigiani, dispongono uno schieramento di artiglieria, decisi a penetrare loro nel centro cittadino dopo averlo sottoposto a un intenso fuoco d’artiglieria. Cossu li convince a desistere e a lasciare ancora qualche ora all’azione dei partigiani, che entrano in città da tutte le direzioni tra le ore 7 e le 8 del 28 aprile.
Questore, procuratore nei processi ai collaborazionisti e avvocato piacentino
Dopo la liberazione, Fausto Cossu contribuisce con i propri uomini alla ricostituzione in tutti i comuni delle stazioni dei Carabinieri, per assicurare l’ordine nell’imminenza di un altro passaggio difficile della storia, quello alla democrazia. Dal 30 aprile al 17 maggio, per nomina del CLN, svolge l’incarico di questore di Piacenza e redige un’importante proposta per l’epurazione e il rilancio della Questura. Successivamente dalla Corte d’Appello di Bologna è nominato alla carica di Procuratore Generale presso la Corte d’Assise popolare di Piacenza che ha il compito di giudicare i reati di “collaborazionismo” del periodo dell’occupazione tedesca e della RSI.
Resterà e costruirà la sua famiglia a Piacenza, svolgendo la professione di avvocato, assumendo inoltre gratuitamente la difesa di alcuni suoi partigiani che, nel mutato clima del dopoguerra, divengono oggetto di accuse e procedimenti giudiziari.
C. A.
Fonti
- Archivio Storico dell’Arma dei Carabinieri (AUSCC), b. 790, f. 13, Relazione riepilogativa sull’attività svolta dalla 43 sezione mista carabinieri mobilitata, dipendente dalla Divisione Fanteria “Lombardia” durante il conflitto 1940-1945;
- AUSCC, b. 876, b. 13, Attività partigiana del Ten. Cossu;
- AUSCC, b- 1217, f. 1, Registrazione dattiloscritta concessa del Ten. Carabinieri Fausto Cossu;
- Tribunale Militare Territoriale di Milano, b. 611/A, f. 46, Atti del procedimento penale contro Fausto Cossu conclusosi il 7 luglio 1946;
- ACS Min. Int. DGPS, AAGGRR, RSI 43-45, B. 6, relazione del Capo della Provincia Piazzesi al Ministero degli Interni del luglio 1944 e relazione settimanale del Questore P. Alicò al Capo della Polizia, 19 giugno 1944
- Archivio ISREC, fondo Resistenza, A. Cammarosano, La Resistenza nel piacentino, 1975, dattiloscritto, p. 8.
- Cossu, “Le missioni alleate nel piacentino”, “Studi piacentini”, 1987, n. 2, pp. 127-130
Bibliografia
- Tosi, La repubblica di Bobbio. Storia della resistenza in val trebbia e val d’Aveto, Tipografia Columba, Bobbio (PC), 1977;
- L. Cerri, Rassegna bibliografica. Elenco formazioni XIII Zona, Tep Gallarati, Piacenza, 1977;
- Guderzo, L’altra guerra. Neofascisti, tedeschi, partigiani, popolo in una provincia padana. Pavia, 1943-1945, Il Mulino, Bologna, 2002;
- Dondi, La Resistenza tra unità e conflitto. Vicende parallele tra dimensione nazionale e realtà piacentina, Milano, Paravia-Bruno Mondadori, 2004;
- Cornia, Storia della Divisione Alpina Monterosa della RSI, Udine, Tip. Del Bianco,1971;
- Ceva, Una battaglia partigiana. I combattimenti del Penice e del Brallo nel quadro del rastrellamento ligure alessandrino-pavese di fine agosto, in Quaderni de «Il Movimento di Liberazione in Italia», Monza, La tipografia monzese, 1944;
- Gentile, Tedeschi in Italia. Presenza militare nell’Italia nord-occidentale 1943-1945, banca dati dell’Istituto storico germanico di Roma;
- Concarotti, “Ricordando Fausto Cossu”, in “Banca flash”, periodico della Banca di Piacenza, aprile 2005;
- “Fausto”, Relazione sui fatti d’arme verificatisi dal 22 novembre 1944 in poi nelle valli dell’Oscuro Passo, Versa, Tidone e Trebbia, fine novembre 1944, in G. De Luna, P. Camilla, D. Cappelli, S. Vitali (a cura di), Le formazioni GL nella Resistenza, Documenti settembre 1943-aprile 1945, Franco Angeli, 1985.
