
Già ufficiale di complemento dell’esercito italiano, Giuseppe Prati l’8 settembre 1943 era a casa in licenza, nel comune di Morfasso. In seguito venne richiamato in servizio dal nuovo regime fascista di Salò, ma scelse la resistenza e contribuì alla costituzione della 38ª Brigata “Garibaldi” sotto il comando di un altro ex ufficiale, Vladimiro Bersani. Dopo la morte di questi gli subentrò e divenne, successivamente, il comandante della Divisione “Valdarda” articolata in più brigate. In quel ruolo sovrintese alla liberazione, entro l’ottobre 1944, di tutto il territorio appenninico della vallata dal controllo delle forze nazifasciste. Seguì l’inverno drammatico del rastrellamento della divisione mongolo-tedesca Turkestan con la strage, il 4 dicembre 1944, di 25 partigiani al passo dei Guselli. La divisione partigiana, ricostituita a partire dalla seconda metà del mese di febbraio e ampliata in 8 brigate con oltre 2.000 aderenti, riprese il controllo sul territorio della media e alta val d’Arda e il 25 aprile Prati, che aveva assunto il nome di “Liberatore”, guidò quegli uomini all’attacco delle forze militari tedesche in ritirata lungo la via Emilia, nonché alla liberazione di Piacenza.
La storia dei partigiani della val d’Arda ricostruita dal loro comandante
Giuseppe Prati è il solo, tra i comandanti delle tre divisioni piacentine, che ha fornito un’ampia e dettagliata ricostruzione storica delle vicende che lo hanno visto protagonista (Cfr. bibliografia). In essa l’elemento autobiografico s’intreccia con la circostanziata ricostruzione dei fatti, supportata da documenti e memorie. La connotazione ideologica del comandante è quella di un ex-militare di area cattolico-democratica (il padre antifascista “da sempre”, la madre devotissima alla Madonna, un fratello prete, un altro fratello partigiano). Ciononostante, aderì, diventandone successivamente il comandante, alla 38ª Brigata “Garibaldi” che faceva parte della rete delle formazioni promosse dal partito comunista, accettando che dai dirigenti di quel partito fosse designato il commissario politico: il comunista Pio Godoli “Renato”, che affiancò Prati nella Divisione “Valdarda” e che, diventato comandante della Divisione “Valnure”, venne sostituito dal comunista Arnaldo Tanzi. Inoltre, delle otto brigate in cui si articolò nella primavera 1945 la Divisione “Valdarda”, quattro ebbero comandanti di orientamento comunista. Prati, grazie all’esperienza militare maturata negli otto anni di servizio nell’esercito, diede alla brigata/divisione della val d’Arda una forte impronta organizzativa, tramite anche efficienti servizi logistici e amministrativi, e riuscì così ad affermare appieno il suo ruolo di comandante e l’indipendenza da condizionamenti esterni. Ciò è ben evidenziato dalla relazione di un ispettore delle formazioni garibaldine che nel luglio 1944 visitò in incognito il territorio libero della val d’Arda: “Divisa: fazzoletto azzurro. Proibita la stella rossa. Sul petto portano un ovale tricolore. Nessun saluto particolare. Al comandante dispiace il saluto a pugno chiuso”. Egli è stato, inoltre, un comandante che non ha esitato a denunciare in più di un’occasione carenze nella conduzione delle operazioni militari da parte del Comando Unico in capo ad Emilio Canzi “Ezio Franchi”, nonché l’esiguità dei rifornimenti alleati. Della sua esperienza partigiana ha tenuto a precisare che anche nelle circostanze più drammatiche cercò di contemperare il raggiungimento della vittoria sul campo, da un lato, e la tutela delle vite dei combattenti e l’integrità delle strutture civili, dall’altro.
L’esordio
Nato a Cimelli (frazione di Morfasso) nel 1914, dopo gli studi liceali, Prati entrò nel regio esercito dove rivestì la carica di ufficiale presso vari reparti: da ultimo, negli anni 1942-43, presso una compagnia di guardie di frontiera stanziata nel Kossovo. L’8 settembre lo colse in licenza in quel di Morfasso; nelle settimane successive decise di dare un nuovo corso alla propria vita rifiutando di arruolarsi nell’esercito salodiano (“mi vidi arrivare in casa un maresciallo dei carabinieri con la cartolina precetto: mi rifiutai di accettarla”). Nel febbraio-marzo 1944 Prati entrò in contatto con esponenti del Cln di Piacenza e, in particolare, con l’avvocato ed ex-capitano Vladimiro Bersani “Capitan Selva” (che in quel torno di tempo ebbe a svolgere un ruolo fondamentale nella riorganizzazione del disperso movimento partigiano). Da un incontro tra lo stesso Bersani, Prati e pochi altri avvenuto a Salino di Pedina l’11 aprile sortì la 38ª Brigata d’Assalto “Garibaldi” (comandante Bersani, capitano Selva, e vicecomandante Prati, Liberatore). Il 16 aprile venne installato un accampamento sul prato sommitale del monte Lama, base operativa per future azioni armate all’interno della valle. Il battesimo della formazione, che ebbe vasta risonanza, fu l’assalto portato il 23 e 24 maggio alla caserma della Guardia Nazionale Repubblicana di Morfasso che si concluse con la resa degli assediati e la nascita del “primo comune libero dell’Italia occupata” (come da comunicato di Radio Londra, 26 maggio). Nei giorni seguenti i ribelli procedettero all’eliminazione dei presidi di Rustigazzo, Gropparello e Vernasca, contribuendo inoltre alla eliminazione di quello di Farini d’Olmo. La reazione dei nazifascisti non si fece attendere: tra giugno e luglio si ebbero i primi rastrellamenti con morti e prigionieri. In assenza di Bersani impegnato a coordinare l’attività delle bande armate sull’intero territorio piacentino, Prati rinunciò ad una resistenza a oltranza, che avrebbe scatenato rappresaglie contro la popolazione, optando per uno sganciamento a gruppi ordinati (giacché “gli uomini erano poche centinaia, il clima favorevole e la vegetazione folta”). Una tattica che, a giudizio del vicecomandante, sortì esiti positivi anche se con una coda tragica: il 19 luglio, di rientro da una missione a Pecorara, Bersani si scontrò nei pressi della trattoria “La Branda” a Tabiano (val Chero) con una pattuglia di miliziani della Gnr di Gropparello perdendo la vita. L’improvvisa scomparsa di Selva, candidato a ricoprire la carica di comandante unico delle formazioni piacentine, accelerò la procedura di nomina dei vertici. Il 23 luglio il Comando Generale Alta Italia (CGAI) designò l’anarchico Emilio Canzi comandante unico e, contestualmente, Giuseppe Prati nuovo comandante della 38ª Brigata d’Assalto “Garibaldi”.
Al comando della 38ª Brigata “Garibaldi” e della Divisione “V. Bersani”
Nel corso dell’estate, in seguito a nuovi arrivi dal basso e dalle valli limitrofe, la brigata vide crescere i propri effettivi (da poche centinaia a circa duemila) ed estese il controllo del territorio prendendo possesso di Lugagnano, Castell’Arquato, Gropparello (oltre che delle miniere di Montechino, Velleia e Vicanino): frequenti, da questa linea avanzata, le puntate verso la via Emilia (tra Alseno e Pontenure) finalizzate all’acquisizione di armi, beni alimentari e automezzi (“colpivamo e prendevamo in primo luogo ciò che era in mano al nemico e che ad esso era destinato”). Contestualmente, ci fu un assestamento dei vertici con l’aggregazione di personaggi di notevole caratura militare: il vicecomandante Renato Raiola (Romeo) e il commissario Pio Godoli. Parimenti, vennero avviati servizi ritenuti indispensabili ad una grande unità di combattimento: intendenza, autoreparto, polizia, tribunale militare, campo di concentramento, sanità, reparti speciali, ecc. Una memoria di don Giovanni Amasanti, parroco di Groppo Ducale, documenta il buon livello di organizzazione del campo di concentramento realizzato in quella località (funzionante tra agosto e novembre 1944, arrivò a contenere 223 prigionieri). I detenuti, per lo più fascisti e tedeschi, vennero trattati con criteri umanitari (severamente punite le angherie) e poterono fruire dell’assistenza materiale e spirituale del parroco-cappellano (consegna di generi alimentari, vestiario e libri, attivazione della corrispondenza con i parenti, conforto religioso). Il 3 dicembre, a fronte dell’approssimarsi dei miliziani della divisione Turkestan, furono tutti liberati tranne quattro spie e otto pseudo-partigiani ladri che erano stati condannati a morte dal tribunale militare. Nella seconda metà di ottobre si consumò una frattura non da poco tra il comandante Prati e il Comando Unico. Con il placet di Canzi il battaglione Luigi Evangelista, comandato da Giovanni lo Slavo e integrato nella 38ª brigata, venne costituito in 62ª Brigata d’Assalto, del tutto autonoma e alle dirette dipendenze del CU. Prati vide in questa operazione il tentativo di indebolire una formazione in forte crescita che operava al di fuori di logiche partitiche. La risposta fu, con il pieno consenso di tutti i comandi operativi, all’insegna dell’arroccamento: ovvero, la trasformazione della 38ª Brigata in Divisione Garibaldi “V. Bersani” articolata in tre brigate (38ª – 141ª – 142ª). Una sorta di rivincita per Prati successivamente legittimata, nonostante l’ostilità di Canzi, dal Comando Unico Militare Emilia Romagna e dal Comando Generale Alta Italia.
“Il giorno più lungo della mia vita”
Il 23 novembre iniziò l’attacco della divisione Turkestan supportata da milizie salodiane nel settore ovest della XIII zona. Gli uomini della divisione “Giustizia e Libertà” guidata da Fausto Cossu “Fausto” furono costretti ad un rapido arretramento lasciando agli assalitori il controllo delle valli Tidone e Trebbia. L’avanzata proseguì con lo sfondamento delle posizioni partigiane nelle battaglie di Peli e di passo del Cerro e la conquista il 2 dicembre di Farini d’Olmo e di Bettola, sede del Comando Unico. Da qui i nazifascisti investirono la Divisione “ V. Bersani” puntando verso Groppallo, dove nei giorni 3 e 4 dicembre il contingente guidato di Pio Godoli grazie anche all’impiego di pezzi di artiglieria riuscì a tenere la posizione, e Prato Barbieri. Lungo quest’ultima direttrice ci fu un primo scontro il 3 dicembre nell’area del Preventorio che vide protagonisti gli uomini della 142ª Brigata. Si approssimava “il giorno più lungo” della vita di Giuseppe Prati segnato dall’imboscata/eccidio di passo Guselli (25 partigiani uccisi, 10 fatti prigionieri, di cui 7 deceduti successivamente per cause varie). L’eccidio fu la conseguenza della decisione presa dal comandante nella mattinata del 4 dicembre di inviare con il supporto di mezzi motorizzati una sessantina di combattenti a Prato Barbieri al fine di riportarli sulle posizioni lasciate il pomeriggio precedente sul versante destro del Nure. In quel momento il crinale divisorio tra la val d’Arda, la val Nure e la val Chero era un’area ad altissima criticità. Di ciò risulta essere stato consapevole Prati che, infatti, il giorno precedente trasmise ad Antonio Chinoli (Serajevo), comandante del distaccamento della 60ª Brigata “Stella Rossa” (formazione in via di sfaldamento), l’ordine di presidiare il passo (“non era il caso si impegnasse a fondo in combattimenti, ma provvedesse ad avvisare in tempo”). Ciò venne ribadito anche la mattina del 4 dicembre nel contesto di un incontro casuale avvenuto a Morfasso tra Prati e Serajevo il quale comunicò al comandante che Guselli e Prato Barbieri erano zone “libere e guardate dai suoi uomini”. Dopo di che una colonna formata da due vetture (Lancia Aprilia Spider, Lancia Artena) e da due autocarri (Fiat 626, Fiat 666) lasciò Morfasso. Poco prima (e, comunque, con il chiaror del giorno) una settantina di mongoli provenienti da Bettola aveva preso possesso di Guselli (forse con l’intento di puntare verso Morfasso) senza incontrare resistenza alcuna. All’arrivo dei partigiani scattò l’agguato con il pesante bilancio di cui si è detto. Il passo ritornò libero nel tardo pomeriggio con la ritirata dei mongoli che condussero con sé 4 morti, vari feriti e “dieci prigionieri dei nostri”. Il giorno 7 le salme dei partigiani caduti furono traslate dal luogo del combattimento al cimitero di Morfasso. Il 9 dicembre, le solenni onoranze nella chiesa di Morfasso celebrate dal parroco don Erminio Squeri.
Lo sbandamento, la ripresa, la Liberazione
Un mese più tardi, tra il 5 e il 6 gennaio, riprese il rastrellamento nel territorio della val d’Arda che determinò per la Divisione Garibaldi “V. Bersani” la perdita delle posizioni tenute fino ad allora. Lugagnano e Vernasca a valle e Morfasso a monte furono rapidamente conquistate dai nazifascisti. Il comandante Prati gestì la ritirata ordinando la polverizzazione della formazione e l’occultamento delle armi. Circa novanta i partigiani caduti (chi in seguito al combattimento, chi ucciso dopo la cattura). Tra le vittime anche il cappellano della divisione don Giuseppe Borea arrestato ad Obolo il 28 gennaio e poi processato e, infine, fucilato presso il cimitero di Piacenza. Furono quelli “i giorni della disperazione”, di cui il comandante ha dato una rappresentazione di altissima drammaticità: “Notti passate all’addiaccio, sulla neve. Giornate e giornate senza cibo. Il nemico che ti passa vicino, che sfiora il tuo rifugio. Lunghe marce nella neve senza una méta certa, senza una speranza nel domani. La salvezza trovata fingendosi morto accanto al compagno caduto. La morte attesa dietro una porta, sotto una siepe, sul ciglio di una strada, affondato nella neve. L’ansia di essere scovati e braccati da un momento all’altro. Il grido gutturale dei rastrellatori sempre nelle orecchie, l’eco dei loro spari nell’aria. E la neve che ti assedia, che lega i movimenti, che ti mostra al nemico”. Verso la fine di febbraio il ripiegamento dei nazifascisti favorì una ripresa dell’attività partigiana che porterà alla liberazione di Morfasso, Lugagnano e Gropparello. Nel corso del mese di marzo vennero riconquistati tutti i territori controllati nel precedente autunno. Agli inizi di aprile si ebbe la trasformazione della Divisione Garibaldi “V. Bersani” in Divisione “Valdarda” come conseguenza del decreto del CLNAI che stabiliva l’inglobamento di tutte le forze della Resistenza nell’Esercito di Liberazione Nazionale – Corpo Volontari della Libertà e l’abbandono di nominativi che richiamassero affiliazioni politiche. Il buon tempo della ripresa primaverile non recò solo una ventata di successi militari, ma anche un durissimo contrasto ai vertici della Resistenza piacentina attinente alla composizione del Comando Unico. La decisione del Comando Nord Emilia, controllato dai comunisti, di procedere all’estromissione di Canzi, accusato di inefficienza militare, e di sostituirlo con il colonnello Luigi Marzioli venne osteggiata pervicacemente dall’anarchico, sostenuto dai comandanti della Divisione “Piacenza” e della Divisione “Valdarda”. La radicalizzazione del conflitto portò all’arresto di Canzi avvenuto a Groppallo il 20 aprile da parte di una squadra di partigiani della Divisione “Valnure”. Trasferito in stato di detenzione a Bore di Metti, presso l’abitazione civile di un militante comunista ma all’interno di una zona controllata dalla 62ª brigata, che ora era entrata a far parte della Divisione “Valdarda”, venne liberato il giorno successivo per ordine di Prati. Si trattò, al di là dei contrasti del recente passato e del valore legale/illegale del provvedimento di carcerazione, del riconoscimento della storia di Canzi in quanto irriducibile antifascista che lo aveva elevato a personaggio-simbolo della Resistenza piacentina. Il 28 aprile la Divisione “Valdarda”, ingigantita dai “tempi esaltanti” e forte di oltre 2700 combattenti, sfilò per le vie centrali di Piacenza: nel gioco multicolore delle divise e dei sembianti selvaggi era ben riconoscibile la figura aitante (“quasi ieratica”) dell’ex-comandante della XIII zona.
Un destino benevolo
Un anno mozzafiato, da aprile ad aprile, quello vissuto da Giuseppe Prati che ha trovato la sua gloriosa conclusione il 5 maggio in piazza Cavalli con la sfilata dei partigiani alla presenza di una Commissione Militare del Quartier Generale del maresciallo Alexander. Un anno nel quale ha avuto parte anche il destino (un destino quanto mai generoso) che lo ha sottratto due volte alle spire della morte. Una prima volta, il 4 dicembre 1944, il giorno dell’eccidio di Guselli. Prati avrebbe dovuto precedere su una Lancia Ardea il convoglio di partigiani diretto verso la val Nure finendo così per primo nell’inghiottitoio approntato dai mongoli. Il caso decise diversamente: un guasto meccanico bloccò la vettura a metà della salita e il comandante potette soltanto osservare dalla distanza il procedere degli automezzi verso il passo e udire le raffiche che falcidiarono “come una pioggia rovente” i suoi uomini. Una seconda volta, durante la battaglia combattuta sulla neve, nella fase della polverizzazione. L’11 gennaio 1945 un contingente di mongoli, impegnati a setacciare l’alta valle, si acquartierò presso l’abitato di Cimelli dove il giorno precedente aveva trovato rifugio Prati. La collaborazione del padre, ivi residente, una faglia nella vigilanza e, soprattutto, un improvviso e denso banco di nebbia gli consentì di attraversare, senza essere visto, il vasto prato ammantato di neve che circondava le vecchie case e di raggiungere il greto del torrente Lubiana per poi trovare riparo a notte fonda in quel di Sperongia, in una “tana” approntata presso la trattoria Croci. Il destino fu benevolo con il comandante anche dopo la fine del conflitto consegnandogli un lungo tempo da dirigente presso l’Agip dell’ex-partigiano Mattei e da estensore di una duplice corposa memoria resistenziale. Prati è deceduto agli inizi del 2002.
Luciano Orlandini
Bibliografia
- Prati, Figli di nessuno: vita delle formazioni partigiane della Val d’Arda narrata dal loro comandante, Tep, Piacenza 1980
- Nella bufera della resistenza. Testimonianze del clero piacentino durante la guerra partigiana, a cura di A. Porro, s. e., Piacenza
- Prati, La Resistenza in Val d’Arda narrata dal suo comandante, Vicolo del Pavone, Piacenza 1994
- Dondi, La resistenza tra unità e conflitto. Vicende parallele tra dimensione nazionale e realtà piacentina, Bruno Mondadori, Milano 2004
