(Dal volume Comandante partigiani giunti da lontano di Gian Luigi Cavanna e Romano Repetti, Cap. II – pagg. 143- 170, Edizioni Pontegobbo, Bobbio 2018
1 – L’incendio nazifascista dell’abitato di Cerignale
“Nel rastrellamento del mese di agosto 1944 e precisamente il mattino del giorno 29, truppe nazi-fasciste scese a Cerignale provenienti da Genova attraverso la montagna … si diedero ad incendiare il paese facendo uso di bombe incendiarie ed altre materie infiammabili. La scarsa popolazione che era rimasta a casa poté fare ben poco per sottrarre indumenti, biancheria ed altro, in quanto non (ne) ebbe il tempo materiale.
L’incendio, alimentato anche dal vento, divampò nell’intero paese … che ebbe distrutto circa i quattro quinti dell’abitato e con esso quanto nelle case stesse si trovava, mobili, biancheria ecc. compreso il raccolto del grano ed altri cereali, tanto che la mancanza di questi ultimi prodotti affamò la popolazione, la quale viveva disagiatamente nei pochi locali non incendiati e persino nelle stalle messe a disposizione dai non danneggiati. … L’edificio comunale, che comprende anche le aule scolastiche e l’ambulatorio, fu pure incendiato …
Lo scopo dell’incendio è dovuto unicamente al fatto che in Cerignale in precedenza si erano installati le prime formazioni partigiane della Val Trebbia e precisamente la banda “Gaspare e Salami”.
Si tratta della prima parte di una “dichiarazione” sottoscritta in data 2 agosto 1945 dal commissario prefettizio del Comune di Cerignale , Pietro Della Cella, dal parroco don Paolo Cella, dal segretario comunale e dal brigadiere comandante della Stazione carabinieri di Ottone, dichiarazione inserita fra le carte del procedimento avviato dalla Procura generale militare del Regno d’Italia per “incendio-distruzione” contro “ignoti militari tedeschi e fascisti”, procedimento conclusosi con richiesta d’archiviazione “poiché gli autori del reato sono rimasti ignoti”[1].
Gli abitanti di Cerignale, capoluogo dell’omonimo piccolo comune dell’alta Val Trebbia, al tempo dell’incendio erano circa 250: rimasero “senza tetto” in 180, secondo quanto attesta la suddetta “dichiarazione” che elenca anche i nomi dei capi famiglia dei 48 nuclei famigliari a cui appartenevano[2].
Bruciare le case e distruggere i beni che contenevano era la forma di rappresaglia praticata sovente dalle forze militare hitleriane e dai gruppi armati del regime mussoliniano di Salò quando non riuscivano a colpire direttamente i ribelli partigiani. Non solo le abitazioni dei partigiani stessi ma anche, anzi più frequentemente, quelle delle famiglie che li avevano ospitati o ne avevano anche solo subito la presenza. Lo scopo, in specifico nei territori di montagna, era di fare il vuoto attorno ai ribelli, di impedire loro di avere aiuto e copertura dalla popolazione residente, e possibilmente di mettere questa contro i partigiani.
Frequenti furono fra il 1944 e 1945 anche in provincia di Piacenza le rappresagli su caseggiati e cascine. Quella del 29 agosto ’44 a Cerignale fu però quella di maggiori dimensioni, investendo un intero grande borgo. A significare che i partigiani dislocati in quel paese avevano rappresentato per le forze nazifasciste un avversario particolarmente pericoloso o avevano portato a segno nei loro confronti azioni tali da indurle ad una ritorsione esemplare.
In effetti la richiamata banda “Gaspare Salami” aveva inferto dei colpi pesanti alle forze nazifasciste e per qualche mese pregiudicato l’utilizzo da parte loro della strategica strada di comunicazione della Val Trebbia fra Genova e Piacenza. Dall’opinione pubblica locale l’incendio dell’abitato di Cerignale fu peraltro collegato in specifico alla fucilazione, davanti al cimitero del paese, di tre ufficiali – due tedeschi ed un miliziano italiano – attuata dalla banda verso la fine del precedente mese di giugno.
Tuttavia nei libri di storia relativi alle vicende della Resistenza nel territorio piacentino il fatto di Cerignale non sempre è ricordato o lo è senza il rilievo che sembrerebbe meritare. Della banda “Gaspare-Salami” se ne è scritto quasi solo incidentalmente ed in termini negativi, in particolare per ricordare che la stessa fu poi sciolta di forza, all’inizio del luglio ’44, dall’intervento della Brigata partigiana ligure Cichero[3].
Solo il 30 Luglio del 2010, con una manifestazione organizzata dall’Anpi di Piacenza e dall’amministrazione comunale di Cerignale presieduta dal sindaco Massimo Castelli è stata affissa sulla facciata del municipio una targa in marmo che ricorda l’incendio del paese nel 1944 ad opera dei nazifascisti. E solo in vista di tale manifestazione, anche ai fini del presente saggio, si è provveduto a ricercare documenti e testimonianze per ricostruire la storia del gruppo di ribelli che fu il primo, assieme a quello di Peli in comune di Coli, a costituirsi in Val Trebbia, e fra i primissimi in provincia di Piacenza a portare attacchi, a tendere agguati alle forze militari hitleriane e fasciste, gruppo che veniva citato e viene ricordato propriamente come la “Banda Gaspare”. Nella ricerca è emerso che sono connesse alle vicende di questo gruppo armato di ribelli anche problematiche più generali del movimento partigiano italiano che solo in tempi recenti la storiografia ha iniziato ad approfondire e ad interpretate nel necessario contesto sociale, culturale e politico del loro tempo. Si tratta del rapporto fra le formazioni partigiane “regolari” facenti riferimento agli organismi politici della Resistenza – i CLN – e gli altri iniziali gruppi di ribelli nati spontaneamente e meno preoccupati e disciplinati da regole di comportamento. Si tratta di diffusi atteggiamenti di insofferenza degli abitanti delle zone rurali, in particolare quelle di montagna, nei confronti dei gruppi armati che s’insediavano nei loro paesi, che portavano attacchi ai nazifascisti suscitandone le incursioni e le rappresaglie anche a danno appunto della popolazione locale, e che inoltre usavano le loro case e requisivano la loro roba[4]. Si tratta infine del tema della violenza praticata dai partigiani.
2 – Il confinato Gašper Čavernik si ribella
Connessa alla Banda Gaspare vi anche il tema del contributo e della caratterizzazione che alla lotta contro i nazifascisti in provincia di Piacenza hanno dato militari jugoslavi che all’armistizio italiano con gli anglo-americani, dell’8 settembre ’43, si trovavano in Italia generalmente in qualità di prigionieri di guerra, quale in particolare Milic Dusan “Montenegrino” e Jovan Crcavac “Giovanni lo slavo”, che diventeranno entrambi comandanti di brigata partigiana.
Gaspare, da cui il raggruppamento di ribelli insediato da ultimo a Cerignale prese nome, era infatti uno sloveno, Gašper Čamernik. Su di lui i libri di memoria e di storia sulla Resistenza hanno tramandato poche ed inesatte informazioni. E quelle poche ne hanno fissato una immagine prevalentemente negativa, di uomo esperto nell’uso delle armi, coraggioso, ma sprezzante della vita dei nemici e portato a sbrigative requisizioni di beni altrui. La presente ricostruzione dei tratti fondamentali della biografia di Gaspare e della storia della formazione di ribelli che da lui ha preso nome è basata oltre che sui riferimenti contenuti in precedenti opere, su alcuni documenti coevi ai fatti e su alcune nuove testimonianze nuove, sopratutto, per quanto riguarda gli elementi biografici della figura di Gaspare, sulle informazioni fornite dalla signora Rina Bazzini, nata nel 1924 e cresciuta a Sanguineto, piccola frazione del comune di Cortebrugnatella, che gli fu compagna per circa cinque anni e che gli diede due figlie, Mariangela e Mara Čamernik, la prima nata nell’aprile del 1945, la seconda nel luglio del ’46, entrambe viventi nella città di Piacenza[5].
Gašper Čamernik era nato il 3.1.1915 nel 1915 a Zaplana in provincia di Lubiana (in fonti di parte ligure viene invece indicato come “Il croato”) quando la Slovenia apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico. Entrata a far parte dopo la Prima guerra mondiale del nuovo stato jugoslavo indipendente, la Slovenia all’inizio della Seconda guerra mondiale fu aggredita ed invasa dall’esercito italiano, per il desiderio di Mussolini di emulare le conquiste hitleriane. Ne consegui l’annessione, nel maggio del 1941, della provincia di Lubiana all’Italia, l’inizio della Resistenza sloveno-croata e della repressione italiana antipartigiana. Le ricostruzioni storiche hanno accertato che decine di migliaia di sloveni, in particolare gli appartenenti all’elite dirigente ed intellettuale, quali professionisti, maestri, impiegati, parroci, ex militari, furono internati in campi di concentramento o deportati in varie forme in Italia.[6] Fra questi anche Gašper Čamernik, confinato, verso la fine del 1941, quale “suddito pericoloso”, nel comune piacentino di Ponte dell’Olio. Motivo del confino sarebbe stato la sua condizione di ex-ufficiale dell’esercito iugoslavo, intellettuale poliglotta e sospetto oppositore all’incorporazione della provincia di Lubiana nello stato italiano. Internato come confinato e non come prigioniero di guerra[7] in quanto, con la suddetta incorporazione, aveva acquisito la cittadinanza italiana. Nell’autunno del ’42 era però passato alla condizione di arrestato perché, violando le regole del confino, usava allontanarsi dalla residenza assegnata. Fu provvisoriamente tenuto in guardina nella caserma dei carabinieri di Ferriere. Mentre da lì veniva tradotto a Piacenza per essere processato, temendo una condanna a morte si sottrasse ai due carabinieri di scorta , buttandosi giù dalla scarpata stradale, e fuggì sui monti verso la Val Trebbia. Ha dichiarato con sicurezza la signora Rina Bazzini che si era ancora nell’ottobre del 1942 quando Gaspare arrivò a Sanguineto, piccola frazione della Val d’Aveto appartenente al comune di Cortebrugnatella e lontana tre Km da Marsaglia che ne è il capoluogo ed è posta alla confluenza dell’Aveto con il fiume Trebbia. A Sanguineto trovò ospitalità nella cascina dei Bazzini. Si muoveva solo di notte e si provvide anche di rifugi alternativi nei boschi.
Dunque, dopo l’occupazione dell’Italia da parte dell’esercito hitleriano e la ricostituzione del regime mussoliniano, quando cominciarono a nascere le prime forme di resistenza al nazifascismo, Gaspare già da un anno, con le cautele di una vita clandestina, s’impratichiva del territorio della Val d’Aveto e dell’alta Val Trebbia e Val Nure ed intesseva alcuni primi rapporti con persone che avversavano il regime fascista: fu cosi in grado di conoscere, aggregare e porsi a capo dei primi ribelli presenti nella zona, renitenti all’arruolamento nella Repubblica di Salò. Si procurò personalmente le prime armi salendo sulla corriera della linea Bobbio-Rezzoaglio e disarmando due militi della Gnr fascista che vi viaggiavano[8].
3 – La banda di Gaspare si va formando
In quei paesi di montagna si erano rifugiati, in conseguenza della guerra e dei bombardamenti sulle città, anche diverse persone proveniente dalle aree urbane. Fra i primi ribelli che si unirono a Gaspare vi fu il giovane Giuseppe Paramuzzi[9], noto come “Pino” o “Pino della Zanlunga”, genovese, classe 1924, orfano del padre, che viveva a Marsaglia con la madre (chiamata dai locali la “Zanlunga”) e aveva frequentato l’Istituto magistrale di Bobbio. Aderirà successivamente al gruppo di ribelli anche Luisa Calzetta che era venuto ad abitare presso la sorella sposata con un giovane della frazione di Lupi. La Calzetta era nata nel 1919 a New York da genitori italiani emigrati. Maestra elementare, svolgerà nella banda Gaspare funzioni di vivandiera e d’infermiera e sarà denominata la “crocerossina”[10]. Si unirà alla banda anche il giovane piacentino Lodovico Paveri[11], classe 1924, che sposerà poi la sorella di Rina Bozzini e nel dopoguerra sarà noto a Piacenza come Vico Paveri autore di apprezzate poesie.
Naturalmente anche nei comuni piacentini di questa parte della Val Trebbia – comuni di Bobbio, di Cortebrugnatella, di Cerignale, di Zerba, di Ottone – agli ex-militari che erano riusciti a tornare a casa dopo l’8 settembre ’43 e ai giovani in età di leva, a partire dal mese di ottobre del ’43 era stato ingiunto di arruolarsi nelle forze armate del nuovo regime mussoliniano ma, particolarmente fra popolazioni di montagna come questa, generale era la contrarietà a riprendere la guerra a fianco dell’esercito tedesco contro gli anglo-americani. Vi fu una discreta adesione solo per il servizio di avvistamento aereo – DICAT – che aveva una importante stazione a Bobbio ed altre con pochi uomini in casermette collocate sulla sommità dei maggiori rilievi della Val Trebbia, perché tale servizio appariva poco pericoloso e veniva svolto vicino a casa. Ma non tutti e generalmente solo i più anziani vi venivano accolti. Gli altri chiamati alle armi provvidero ad eclissarsi, nascondendosi quando venivano ricercati[12] in rifugi reperiti nei boschi o realizzati anche all’interno degli abitati. Dal dicembre ’43, vista la scarsa diligenza nella cattura dei renitenti da parte dei carabinieri locali trasformati nel corpo della Gnr, vennero organizzati nelle zone rurali incursioni dalle città con l’utilizzo di altre forze militari. Anche a Cerignale, dove non esisteva un presidio militare, giunsero pattuglie alla caccia dei renitenti. “Eravamo nella Novena di Natale”- ha ricordato Gildo Ertola, allora sedicenne – “ed anche tutti i giovani in età di leva erano in Chiesa. Ho visto la pattuglia arrivare e sono corso ad avvertirli. Sono fuggiti appena in tempo verso i boschi. I due militari hanno fatto una sventagliata di mitra, ma non li hanno colpiti”.[13]
Poi qualcuno dei renitenti incominciò a pensare che non si poteva continuare soltanto a fuggire e a nascondersi. Fra l’altro anche in questi comuni alcuni convinti fascisti avevano rialzato la testa e potevano fare la spia per la loro cattura. Bisognava passare ad una resistenza attiva, mettersi in grado di far fronte anche con le armi alle incursioni delle milizie nazifasciste e dare magari anche qualche lezione ai fascisti locali. E’ in questo contesto che i primi ribelli si unirono a Gaspare. Riportiamo di seguito due testimonianze al riguardo.
Giovanni Remuzzi di Cerignale[14]: “Dopo l’8 settembre ero disponibile ad andare con la Dicat, ma non sono stato accettato. Mi hanno invece arruolato negli alpini e sono finito a Vercelli. Da li volevano mandarmi in Germania per l’addestramento con la Divisione Monterosa. Allora sono scappato e tornato a casa. All’inizio mi nascondevo attorno a Cerignale, nelle cascine. Poi ho saputo che a Sanguineto Gaspare aveva messo su un gruppo di partigiani e sono andato con lui. Eravamo nel mese di marzo del ‘44”.[15]
Andrea Mozzi di Bobbio[16]: “Già all’Istituto Magistrale di Bobbio io ero considerato un sovversivo. Dopo l’8 settembre ho aiutato a portare via e a nascondere nella zona di Coli le armi dal presidio militare di Bobbio lasciate dai saldati che sbandavano Nella primavera del ’44, quando volevano arruolarci nella repubblichetta di Salò, io e gli amici Pino Pertusi e Silvio Elba abbiamo deciso di andare a trovare i partigiani e restare con loro. Ci siamo recati a Marsaglia dove, dicevano, c’erano i partigiani. Ma lì nessuno ci voleva indicare dove poterli trovare. Evidentemente non si fidavano. Poi, visto che insistevamo tanto, siamo stati condotti a Sanguineto. Anche là si mantenevano sospettosi. Finalmente, dopo le nostre insistenze, ci portarono a Cerignale dove c’era la banda Gaspare. A quel tempo era composta di tredici persone, fra cui il Pino di Marsaglia.”[17]
4 – L’insediamento a Cerignale e l’attacco al presidio Dicat di Bobbio
Inizialmente il piccolo gruppo di ribelli che si unirono a Gaspare aveva come centro di riferimento Sanguineto. Quando gli aderenti ebbero superato la decina, nella seconda metà del mese di maggio ’44 si trasferirono a Cerignale, un centro abitato più grande, nel quale potevano utilizzare locali pubblici – l’edificio del Municipio e della scuola – come sede della banda, e che si trovava in posizione più sicura e difendibile, un 5 km discosto e in alto rispetto alla strada statale di fondovalle della Val Trebbia. Fra l’altro, il 28 aprile, una consistente formazione della Gnr aveva svolto un rastrellamento nel comune di Coli, confinante con quello di Cortebrugnatella, durante il quale non erano stati agganciati i partigiani insediati in quel territorio ma fu comunque ucciso un civile di passaggio[18].
Gaspare ed i suoi compagni già da Sanguineto si organizzarono, innanzitutto per la propria sopravvivenza e difesa, con iniziative rivolte a reperire armi e munizioni, ma anche vettovaglie: agguati a soggetti armati del regime di Salò presenti nella zona e requisizioni di beni ad esponenti facoltosi noti come fascisti. Due azioni di cui si è tramandata la memoria sono registrate in documenti coevi della Gnr[19].
Il 26 aprile fu teso un agguato agli uomini del piccolo presidio antiaereo della Rocchetta, area montana del comune di Ferriere raggiungibile dalla fondovalle della Val d’Aveto. Secondo il rapporto della Gnr, due addetti al servizio di avvistamento “mentre transitavano per la rotabile (la strada di fondovalle della Val d’Aveto) vennero fatto segno da colpi di pistola da alcuni ribelli appostati. Rimase ucciso il soldato Antonio Bernardi (nato nel 1914 nel comune di Ferriere, già militare in Grecia)”[20].
L’altra azione della banda Gaspare è raccontata cosi nel rapporto della Gnr:“Nella notte (del 17 maggio) in località Rovaiola di Cortebrugnatella, una banda ribelle forte di 100 elementi attaccò il presidio di Polizia ausiliari (la milizia fascista) composto da 5 agenti che reagirono efficacemente … Un bandito è rimasto ferito. Furono leggermente feriti (anche) 3 agenti. Durante il combattimento, durato tre ore, nuclei di ribelli pentrarono nell’abitazione del commissario prefettizio e nel negozio di proprietà del segretario politico (fascista) locale, danneggiando mobili e suppellettili e asportando generi alimentari” [21]
Le altre fonti di cui disponiamo[22] confermano nella sostanza l’azione. Il rapporto della Gnr peraltro – come accade spesso in questi documenti – indica una presenza di ribelli del tutto irreale ed esagera la durata e la durezza dello scontro per giustificare la disfatta e la fuga dei 5 militi insediati a Rossarola a protezione di due citati esponenti fascisti . Il partigiano rimase ferito mortalmente, ma per un colpo partito incidentalmente dal suo stesso fucile. Portato da un medico per cure, morì il giorno dopo. Era Luigi Mazzolini, 27 anni, abitante in quello stesso comune di Cortebrugnatella. A quanto risulta fu questa l’unica perdita umana subita dalla banda Gaspare nei sui circa cinque mesi di vita e attività.
In coincidenza con il trasferimento a Cerignale venne investito il piccolo presidio addetto all’avvistamento aereo da una casermetta sul Monte delle Tane, alcuni chilometri sopra Cerignale stesso: saputo dell’arrivo degli uomini di Gaspare i 7 o 8 militari della Dicat lo abbandonarono lasciando ai partigiani alcune armi ed una radiotrasmittente.
Da Cerignale fu poi concepita ed attuata, il 4 giugno ‘44, l’azione che darà rinomanza alla formazione: il disarmo del grosso presidio Dicat di Bobbio, costituito da una quarantina di uomini, sotto la direzione di tre militari tedeschi, fra cui un sottufficiale. Operazione che fu resa possibile dall’intesa e collaborazione di almeno uno dei componenti il presidio, Giuseppe Salami.
Un gruppo ristretto di uomini – si è tramandato il numero di sei – al comando di Gaspare, nella seconda parte della notte partono da Cerignale per Bobbio, scendono dall’automezzo un buon tratto prima dell’abitato e lo raggiungono a piedi. Alcuni degli uomini, scalando il muro che porta al terrapieno sul retro del municipio, raggiungono una porticina che da accesso ad una sala del secondo in cui alloggiano i due soldati tedeschi, che vengono sorpresi ed immobilizzati. Poi tutto il gruppo si ricompone e raggiunge, nella piazzetta Frangula, l’edificio di proprietà del marchese Malaspina utilizzato per l’accasermamento dei soldati italiani della Dicat. La sentinella all’ingresso, come era stato concordato tramite Salami, li fa entrare, salgono al primo piano e sorprendono tutti i soldati svestiti e nel sonno, che si lasciano legare senza resistenza. Gli uomini di Gaspare prelevano quindi tutti le rami – alcune decine di moschetti, munizioni, bombe a mano, due mitraglie, di cui una particolarmente potente ad uso antiaereo – e quant’altro può essere utile alla banda, fra cui, sembra, la cassa del presidio. Il tutto viene caricato sulla corriera che nel frattempo è stata fatta arrivare sulla piazzetta. Ci sia avvia per tornare a Cerignale percorrendo le strette vie del centro di Bobbio, con Gaspare che segue a piedi l’automezzo imbracciando una delle mitraglie prelevate. All’altezza della Piazza del Duomo l’automezzo è investito dai colpi di una “maschinenpistole”. E’ il sottufficiale tedesco che, evidentemente insospettito da qualcosa, è sopraggiunto dalla sua villetta lungo la strada per Passo Penice e sta sparando da una finestra del seminario vescovile. Sulla corriera uno degli uomini di Gaspare rimane ferito ad una gamba, un altro è colpito nel calcio del suo moschetto, un terzo riceve il colpo nell’elmetto che fortunatamente aveva indossato. C’e un attimo di panico, ma Gaspare riesce a salvare la situazione dirigendo la pesante mitraglia verso la sorgente degli spari, con colpi inevitabilmente imprecisi ma che costringono il tedesco a spostarsi e, proteggendosi via via dietro i portici della piazza, a fuggire[23]. Gaspare ed i suoi uomini possono cosi partire con il loro ricco bottino e raggiungere Cerignale, dove alla sera partigiani e popolazione festeggiano il successo con “balli e bevute”[24]
5 – All’apice del successo
La brillante azione ha grande risonanza.[25] I presidi militari fascisti della zona di montagna si intimoriscono e non osano più fare sortite contro i ribelli. Invece arrivano a Cerignale e si uniscano alla Banda Gaspare, che ora è in grado di armarli, decine di nuovi renitenti, in particolare dai comuni piacentini della media e alta Val Trebbia, ma non solo. Alla fine gli aderenti saranno oltre la sessantina.[26]
Il mese di giugno è quello di massimo sviluppo anche delle azioni della formazione. Cerignale diventa il punto di partenza di attacchi contro automezzi militari che ancora osano percorre la strada statale della Val Trebbia nel tratto fra Bobbio e Torriglia, con scontri anche sanguinosi, con la cattura di diversi militari tedeschi e del regime di Salò, recupero di numerosi automezzi, di armi e di vettovaglie. Vengono costituiti, per il controllo della strada di fondovalle, anche due distaccamenti della banda, l’uno dislocato a Marsaglia, l’altro ad Ottone, ultimo centro comunale piacentino della Val Trebbia, dal quale il presidio della Gnr era stato costretto ad andarsene. Fra Bobbio e Marsaglia, all’altezza di San Salvatore, era stato anche appeso uno striscione che annunciava l’inizio di un territorio liberato dalla presenza di nazifascisti[27].
Ma anche la banda Gaspare cambiò fisonomia. Dopo l’azione contro il presidio Dicat di Bobbio si unì ad essa anche Giuseppe Salami[28]. Nato nel 1916 a Castelvetro Piacentino, prima di essere arruolato nell’antiaerea svolgeva l’attività di cantoniere sulla strada provinciale di Val d’Aveto ed abitava con moglie e figli a Marsaglia. Uomo intraprendente e spregiudicato, mostrò subito propensione ed attitudini al comando e si impose in effetti accanto a Gaspare nella direzione della banda. Un altro uomo che acquistò peso nella formazione a fianco di Salami fu “Pino”, Giuseppe Paramuzzi. In un’opera sulla Resistenza di parte genovese è citato quale “commissario di Salami”[29]. Viene generalmente ricordato come un giovane impulsivo e senza pietà nei confronti degli esponenti fascisti e dei militari hitleriani, portato quindi alla eliminazione dei nemici catturati.
Il mese di giugno è quello che segnò lo sviluppo del movimento partigiano anche nelle altre vallate piacentine e primi diffusi successi contro i presidi militari nazifascisti, che cominciano a ritirarsi verso i centri urbani della pianura.
Le forze armate a disposizione delle autorità fasciste piacentine – la Gnr e, dalla fine di giugno, il nuovo corpo militare delle Brigate Nere – in questo periodo, senza l’aiuto tedesco e prima dell’arrivo della Divisione Alpina Monterosa addestrata in Germania, non erano in grado, o comunque non osavano organizzare vasti rastrellamenti e misurarsi in impegnativi scontri con le formazioni partigiane in crescita. Però l’Ufficio Politico Investigativo della Gnr, sotto la direzione del tenente Filippo Zanoni, a cominciare dal mese di febbraio, a mezzo di vari informatori e tramite l’interrogatorio di persone fermate od arrestate, era impegnato a costruire un elenco delle persone ribelli o comunque pericolose per il regime presenti nel territorio piacentino, nei confronti delle quali procedere con arresti, catture e quant’altro[30]. Fu anche individuata, condotta ed interrogata nella sede Upi di Piacenza, il 30 aprile del ’44, una ragazza, di cui nel verbale di interrogatorio si indicano le generalità, residente a Pomarola del comune di Ferriere, che dichiarò di aver conosciuto Gaspare Camernik nel giugno del ’43, di averlo rivisto successivamente e avergli fornito generi alimentari di nascosto dai genitori. Il verbale di interrogatorio prosegue attribuendo alla ragazza l’affermazione di aver visto di recente Gaspare armato di rivoltella e moschetto, con un berretto ornato di una stella rossa sovrastante la falce ed il martello e di averlo sentito affermare che combatteva “contro il Fascismo ed il suo Capo Benito Mussolini” e di avere ultimamente partecipato ad un attacco contro il presidio Gnr di Bettola e alla contestuale azione (requisitoria) nel locale ufficio postale[31].
Anche “Camernich Gaspare, slavo, latitante”, figura poi nell’elenco di 36 persone denunciate il 10 giugno 1944 dall’Upi della Gnr, per “costituzione di banda di ribelli”, al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, con sede a Parma e competente anche per la provincia di Piacenza, che emetterà mandato di cattura nei suoi confronti. Nell’elenco dei denunciati fu inclusa anche la ragazza di Pomarola, responsabile solo di essersi infatuata del ribelle, e nonostante la sua confessione.
La Gnr peraltro doveva avere un valido confidente anche a Cerignale o aver comunque raccolto informazioni da residenti nella zona, perché un suo rapporto inviato il 30.6.44 al Comando Generale a Brescia e a Mussolini, a parte la solita esagerazione sul numero dei partigiani e sulle le loro armi , offre una significativa immagine della Banda Gaspare all’apice dei sui successi[32]:
“Nei paesi di Coli, Marsaglia , Cerignale, Ottone, si trovano numerosi banditi che operano bloccando la strada Piacenza-Genova.
Si calcola siano in numero di 400 circa ed hanno preso possesso e comandi, il principale dei quali si trova a Cerignale. Procedono al reclutamento delle classi giovani in modo che le bande si vanno ingrossando giorno per giorno.
Il comando di Cerignale, agli ordini di un capitano slavo di nome “Leibniz”, conosciuto anche col nome “Amos” o “Gin”, si è sistemato nel paese, concentrandovi tutti gli automezzi in loro possesso, e cioè: 2 corriere, 4 automobili, di cui 3 tedesche, e parecchie motociclette. I banditi sono armati: possiedono circa 15 mitragliatrici fra “Breda” e fucili mitragliatori, moltissime munizioni e sembra anche cannoncini. Hanno tra le loro file anche delle donne… Poiche il paese di Cerignale si trova in posiziona sopraelevata, domina molto bene la confluenza del Trebbia con il torrente Aveto, nonché la zona circonvicina. Le mitragliatrici ben piazzate possono battere tutte le strade.”
Evidentemente l’estensore di questo rapporto era all’oscure delle precedenti acquisizioni dell’Upi su Gaspare Čamernik, visto il nome che gli viene attribuito, ma sugli altri aspetti fornisce informazioni precise. In quel momento stavano a Cerignale fra i partigiani anche Rina Bazzini, sua sorella e la crocerossina Luisa Calzetta. Una donna era anche fra i numerosi prigionieri della banda, catturata e trattenuta assieme al marito. Per i primi di luglio era prevista anche la celebrazione del matrimonio fra Gaspare e Rina: il parroco che, consultato anche il vescovo di Bobbio, si era inizialmente rifiutato di celebralo perché l’uomo non poteva produrre documenti che comprovassero di non essere già sposato, infine si era arreso alle pressioni. Ma al matrimonio non si arriverà perché, fra l’1 ed il 2 luglio, Gaspare e tutti i ribelli che si erano uniti a lui, da un’altra formazione di partigiani proveniente dal territorio ligure verranno fermati, disarmati, portati via da Cerignale e divisi. La banda aveva poco prima assestato un ultimo colpo a soggetti militari nazifascisti in transito sulla statale della Val Trebbia, accompagnandolo peraltro con tre esecuzioni capitali che sgomentarono la popolazione locale.
6 – Tre esecuzioni capitali
Gaspare, Salami, Pino e altri erano andati con un furgone in esplorazione sulla statale di fondovalle verso Genova. Si fermano, come altre volte, prima della galleria di Torriglia e sono ancora sul furgone quando vedono sopraggiungere un autocarro tedesco con più persone a bordo. Sparano una raffica per fermarlo ma quello prosegue, accelerando, in direzione di Bobbio. Lo inseguono. La strada è tutta a curve ma nei brevi rettilinei ci si scambia sventagliate di colpi. Viene superato Ottone e qualche chilometro più avanti l’autocarro tedesco colpito esce di strada e si rovescia. A bordo uno dei passeggeri è rimasto ucciso, altri due sono seriamente feriti, gli altri tre, due ufficiali tedeschi ed un presunto ufficiale italiano della milizia fascista, sono catturati dagli inseguitori.[33] Che dispongano per il trasporto dei due feriti all’ospedale di Bobbio e provvedono con il furgone a condurre i tre ufficiali a Cerignale. Ma non per metterli con gli altri miliari, italiani e tedeschi, catturati nelle settimane precedenti e custoditi precariamente: uno infatti era riuscito a fuggire; altri, come due giovani tedeschi che si prestavano come meccanici per gli automezzi della banda, erano liberi di girare nel paese. Sarebbe stato Pino in particolare a far presente che questi erano ufficiali che avrebbero potuto sobillare gli altri prigionieri, che quali ufficiali condividevano certamente la responsabilità per le atrocità del nazifascismo e che questa era l’occasione per fargliele pagare con la vita.
Seguiamo ora il racconto di Rina Bazzini – a quel tempo una ragazza di 20 anni – perché, fedelissimo o meno ai fatti, ci fa sentire la drammaticità di quell’episodio, il dramma e l’angoscia di ogni esecuzione capitale, non importa chi siano le vittime e quali le circostanze.
“I tre li hanno portati in chiesa perché avevano deciso di fucilarli subito. Io li ho seguiti e mi sono seduta su una panca, un po’ più avanti di me stava il prete con i tre prigionieri, cosi ho visto una cosa che non potrò mai più dimenticare. C’era l’italiano, agitato ma abbastanza sereno, abbastanza forte. C’era un tedesco, non molto alto, di una quarantina d’anni, che a me sembrava già un vecchio: abbracciava il crocefisso, piangeva disperato e faceva segno al prete che aveva a casa quattro figli. L’altro tedesco, il comandante, un uomo alto, lo ha fatto stare zitto, con parole che non comprendevo ma significavano ‘Non fare cosi! Cerca di morire con dignità’. Ho dovuto uscire dalla chiesa perché avevo un magone … che mi spaccava il cuore. Fuori c’era Gaspare, Pino della Zanlunga, Salami, e altri partigiani. Ho detto: ‘Gaspare, perché li fai fucilare? Ci sono già a Cerignale quaranta prigionieri, ci metti anche questi. Saresti contento se ti fucilassero te? Pensa un po’ se ti prendessero!’ Mi è però venuto vicino Salami e ha esclamato: ‘Le donne dovrebbero sempre stare a casa!’ Poi ha guardato in malo modo Gaspare, che, dopo qualche esitazione, rivolto a Salami e a Pino ha detto: ‘Fate quello che volete, in fondo è una questione fra voi italiani’. Mi ha poi fato segno di seguirlo; ci siamo recati a Traschio per far seppellire il povero ragazzo che era rimasto là. Quando siamo tornati a Cerignale li avevano già fucilati tutti e tre”.[34]
7 – Un rapporto critico con la popolazione
Questa fucilazione di tre ufficiali catturati è probabile che, tramite informatori, sia venuta a conoscenza dei comandi fascisti e tedeschi e che abbia contribuito alla decisione di distruggere con l’incendio il paese di Cerignale. L’episodio inoltre ebbe risonanza in Val Trebbia e contribuì al formarsi di una opinione e poi di una memoria molto critica sulla Banda Gaspare. La Germania nazista, con il sostegno del regime fascista di Mussolini, aveva messo a ferro e fuoco l’Europa, determinando distruzioni immani e sofferenze inenarrabili. Nella bufera della guerra, nella tragedia della ritirata dal fronte russo o nella durezza ed indigenza della vita da internati in Germania , vi erano anche i figli della gente della Val Trebbia. Tuttavia è comprensibile che qui, dove gli abitanti non erano stati ancora direttamente coinvolta in fatti di violenza e di distruzione, si potesse pensare che fossero le bande partigiane a portarvi la guerra e la morte. Ribelli e capibanda come Gaspare, o come Salami, coraggiosi, decisi, potevano essere apprezzati quando organizzavano i giovani renitenti del posto a sottrarsi alla cattura, e quando, senza spargimento di sangue, impaurivano e facevano scappare i presidi militari locali della Gnr e della Milizia. Ma suscitarono allarme e riprovazione quando passarono alla guerriglia, agli agguati sanguinosi nei confronti dei militari tedeschi e di quelli italiani del regime fascista di Salò. Infine, sgomento e condanna quando la violenza appariva gratuita, come nella soppressione di prigionieri, o quando qualcuno di questi ribelli sembrava trarne piacere. Più avanti, vissuti gli eccidi e le distruzioni dei due tremendi rastrellamenti nazifascisti dell’agosto-settembre ’44 e del novembre -gennaio ‘44/’45, anche la popolazione della montagna non si sorprenderà più della violenza partigiana. Ma sulla Banda Gaspare, che in zona era stato il primo gruppo di ribelli ad andare all’attacco delle forze nazifasciste, si era già fissata una determinata immagine ed opinione e saranno queste a rimanere nella memoria e ad essere trasmesse ai posteri.
L’altro aspetto critico nei rapporti con la popolazione, e nei giudizi di questa sull’operato della Banda Gaspare, concerne l’effettuazione di requisizioni ed il tipo stesso di vita che gli uomini della banda conducevano. Sebbene fossero sensibili e generosi nell’offrire spontaneamente ospitalità e soccorso, la modesta condizione economica degli abitanti di quella zona li rendeva particolarmente suscettibili di fronte alla requisizione di beni necessari alla sussistenza dei ribelli. Anche se ad esserne colpiti erano noti esponenti fascisti, le requisizioni erano comunque viste come furti, furti allarmanti perché oggi toccava a quelli ma domani poteva toccare a tutti. Fu giudicata negativamente anche l’asportazione di grandi quantità di biancheria e di stoviglie dal grande edificio, al momento vuoto, della colonie estiva di Rovegno in territorio genovese, colonia di proprietà del Partito nazionale fascista.[35]
Peraltro questa suscettibilità della popolazione di montagna sulla roba sottratta dai partigiani risulta essere stato ovunque un elemento caratteristico del rapporto sofferto fra residenti e ribelli, in particolare quando si trattava di forestieri[36]. Ma va anche detto che probabilmente la formazione di ribelli insediata a Cerignale ebbe la mano pesante con le requisizioni. E’ possibile che lungo la statale della Val Trebbia non fossero solo automezzi militari ad essere intercettati, ma che si taglieggiassero altri carichi in transito, con la giustificazione di contrastare trafficanti del mercato nero. Sta di fatto che gli abitanti di Cerignale, con i loro pochi mezzi, con i loro pasti frugali, non potevano che giudicare negativamente quella certa abbondanza di cibi e quell’accumulo di beni, a cominciare dagli automezzi, che caratterizzavano invece quei partigiani della banda Gaspare. Fra di essi circolava anche del denaro che non era stato guadagnato con la fatica del lavoro.
Le preoccupazioni e le lamentele della popolazione erano conosciute dalle altre formazioni partigiane insediate in vicini territori e ne motivarono alla fine l’intervento contro la Banda Gaspare, intervento che nasceva peraltro anche da altri fattori.
8 – Il disarmo e la dispersione degli uomini della banda
L’inizio dell’estate ’44 fu anche il periodo in cui il movimento partigiano piacentino, su indicazione del CLN provinciale, si andò aggregando e strutturando in poche e più consistenti formazioni, inizialmente brigate e più avanti divisioni articolate in Brigate. Lo stesso processo avvenne nelle altre province confinanti con quella piacentina. Per opportunità operative verrà concordato che la parte piacentina della Val Trebbia e della Val d’Aveto, da Marsaglia verso la Liguria, facesse parte della VI Zona partigiana ligure.
Assieme all’assestamento organizzativo si andarono definendo anche le regole di comportamento, in particolare per quanto riguarda i rapporti con la popolazione locale, a cominciare dalle forme di approvvigionamento dei mezzi indispensabili per il sostentamento dei partigiani. Gli abitanti locali, ed in particolare quelli di modestissima condizione del territorio montano, non dovevano vivere con la preoccupazione di subire spoliazioni dei loro beni da parte delle formazioni partigiane. Da bande sparse di ribelli e resistenti ai nazifascisti ci si doveva trasformare in movimento di liberazione nazionale rappresentativo dei sentimenti e delle aspettative della popolazione italiana. Naturalmente molte cose continueranno a dipendere dalle circostanze, nonché dalle caratteristiche delle persone, in particolare quelle dei singoli comandanti partigiani.
In questo contesto le formazioni collegate ai CLN, oltre a perseguire fenomeni di vero e proprio banditismo che si erano sviluppati dopo l’8 settembre, si assunsero l’obiettivo di sciogliere, anche con atti di forza, le piccole bande di ribelli rimaste autonome, e di assorbirne i componenti nelle proprie file.
Quella di Gaspare non era un raggruppamento isolato dal più generale movimento partigiano che si stava sviluppando. Sono ricordati contatti ed incontri con i capi di altre formazioni, anche nel periodo di Sanguineto[37]. E’ plausibile che Gaspare ed altri uomini della sua banda abbiano partecipato ad azioni comuni con altre formazioni, quale l’attacco e la requisizione a Bettola già citate. Rina Bazzini riferisce che rappresentanti del CLN si erano incontrati con lui per sollecitare la regolarizzazione della sua formazione nell’ambito delle strutture partigiane riconosciute dagli organi ciellenisti. Ma sarebbe stato Salami ad essere decisamente contrario a tale regolarizzazione, perché significava perdere l’autonomia di azione che la banda si era conquistata. Nel volume che ricostruisce la storia della Brigata partigiano “Jori” la quale, nell’ambito della Divisione partigiana ligure “Cichero” che aveva come comandante il genovese Aldo Castaldi “Bisagno”, subentrerà alla banda Gaspare nel controllo anche del tatto piacentino della Val Trebbia fino a Marsaglia, si dice[38]: “La banda irregolare più nota in Val Trebbia e fonte di maggiori problemi, per il numero consistente di uomini – circa 150 – il buon armamento e le indubbie qualità di spericolatezza, fu quella capeggiata da certo Gaspare … Il comandante della Jori, Croce, cercò più volte di sanare la situazione di irregolarità di questo gruppo e, sia personalmente, sia tramite il Comando della Divisione Cichero, prese contatto con i capi della banda per adeguarne il comportamento a regole di maggior correttezza. Ma i buoni comportamenti dichiarati venivano puntualmente disattesi, dato che molti elementi della formazione si erano abituati all’andazzo di compiere impunemente ruberie ed estorsioni ai danni di abitanti della vallata. Anche l’intervento di Dan (Sergio Podestà), inviato appositamente dal CLMR (Comando Miliare Regionale Ligure), non ebbe miglior sorte. Non rimase altro da fare, quindi, che procedere al disarmo della formazione …”.
Il testo contiene delle inesattezze perché, al momento del disarmo della Banda Gaspare, la Cichero era ancora una brigata e la Jori ne era un distaccamento. A dirigere l’operazione, attuata fra l’1 e il 2 luglio del ’44, fu lo stesso comandante della Cichero, Aldo Gastaldi “Bisagno”.
In precedenza era stato inserito nella formazione di Gaspare un nomo di fiducia di Bisagno, “Sandro”, che fornì le indicazioni per sorprendere i capi della banda separatamente dal grosso dei componenti, che erano comunque suddivisi fra Cerignale, Marsaglia e Ottone. Non vi furono tentativi di resistenza. Gaspare, che era stato intercettato sulla statale presso Marsaglia, fu portato e trattenuto per alcuni giorni in custodia a Cerignale. Salami e Pino in un’altra località . Il resto degli uomini, e le tre donne che abbiamo prima ricordato, furono portati nell’ex caserma dei carabinieri di Ottone.
Di questa azione si è conservato il rapporto steso subito il 2 luglio dal comandante Bisagno. Dopo aver premesso che ci si era decisi ad intervenire perché “quei circa 130 uomini bene armati conducevano azioni di banditismo” , descritta l’operazione ed evidenziato il suo pieno successo, il rapporto elenca quanto venne trovato: “In Cerignale era depositato il forte bottino della banda per cui è stato necessario far piantonare i magazzini. Inoltre si sono messe quattro guardie alle celle dove erano rinchiusi 40 prigionieri dei quali 15 erano tedeschi (in un documento successivo si dirà 17)…Tra il bottino di tale banda abbiamo avuto: 6 armi automatiche a lunga gittata, 2 armi automatiche a corta gittata, 2 autocorriere, 2 camion, tre autovetture, un moto-triciclo tedesco, un bidone di benzina, molti teli per tenda con accessori, diversi tagli di stoffa, lenzuola e coperte, due macchine da scrivere, formaggio, grassi e viveri ed altre cose in grande quantità”.
Le persone trattenuta nella caserma di Ottone, dopo qualche tempo furono radunate nella piazza e “strapazzati” da Bisagno[39], infine invitati ad aderire alla formazione Cichero o ad abbandonare la zona. Quasi tutti continueranno l’attività partigiana, chi appunto con la “Cichero”, chi in Val Nure/Val d’Aveto con la Brigata Caio di Istriano, chi nelle Brigata Stella Rossa del Montenegrino in Val Nure.
Dopo alcuni giorni anche Gaspare, Salami e Pino furono condotti ad Ottone e si istruì nei loro confronti, nei locali del Municipio, un processo partigiano. La funzione di avvocato difensore fu assunta dal parroco di Gorreto, il piccolo comune genovese più prossimo a quello di Ottone. Qualcuno avrebbe voluto condannare a morte i tre capi della banda ma alla fine si impose loro solo di abbandonare la zona.
Giuseppe Salami e “Pino” Paramuzzi si uniranno inizialmente ad Istriano e nella Brigata Caio il primo diventerà comandante ed il secondo commissario di un distaccamento; più avanti lasceranno Istriano e Salami nel marzo del 1945 diventerà il comandante della Brigata Inzani facente parte della Divisione partigiana Val Nure.
9 – Le ultime vicende di una complessa figura
Gaspare ritornò, con la sua compagna Rina, qualche giorno a Sanguineto. Andò poi ad incontrare l’Istriano, ma decise infine di aderire alla 38ª Brigata Garibaldi della Val d’Arda, al comando dell’ex ufficiale italiano Giuseppe Prati. Fu inserito nel distaccamento di Gropparello, da dove il presidio della Gnr era stato cacciato l’8 agosto ‘44. Qui, durante una esercitazione con i suoi nuovi compagni, subì una ferita alla testa e dovette essere ricoverato per alcuni giorni nell’ospedale partigiano di Bramaiano in comune di Bettola. Nel corso del grande rastrellamento invernale della Divisione tedesca Turkestan, Gaspare ritornò in Val d’Aveto e si unì alla Brigata Caio di Istriano. Questi gli affidò il comando del distaccamento “Simonetta” dove Gaspare ritrovò Andrea Mozzi di Bobbio che ne diventò il vice-capo[40]. Nell’ultima fase della lotta di Liberazione il distaccamento partecipò fra l’altro alla liberazione di Borgonovo Ligure e alle altre azioni della Brigata Caio fino all’ingresso a Genova.
Poco dopo la Liberazione, Gaspare, trascorsi alcuni giorni a Sanguineto a casa di Rina, partì con lei, in giugno, per ritornare al suo paese, a Lubiana, che riuscì a raggiungere dopo un viaggio fortunoso. Dopo un periodo di riposo entrò come ufficiale nell’Armata popolare di Tito ed assunse il comando di un campo di quarantena e smistamento per gli ex prigionieri jugoslavi che rientravano in patria. Era la fase ancora di acuti rancori degli sloveni nei confronti degli italiani e veniva dunque mal sopportato che Gaspare avesse con sè una compagna proveniente dall’Italia. Ne venne rimproverato. I due decisero allora, in novembre, di tornare in Italia. Qui però nel frattempo, in conseguenza del conflitto fra stato italiano e jugoslavo per la fissazione dei nuovi confini, si era stabilito che gli ex militari sloveni ancora presenti sul suolo italiano fossero internati in appositi centri di custodia . Per evitare l’internamento Gaspare riuscì ad ottenere uno speciale documento dall’ambasciata jugoslava a Roma e con quello rientrò da solo nel suo Paese. Rimase in contatto epistolare con Rina, ma nel corso del 1948 i rapporti s’interruppero: le lettere di Rina venivano respinte al mittente. Si verrà anni dopo a sapere che Gaspare in Jugoslavia era probabilmente entrato in conflitto con i capi comunisti di osservanza titina, essendo lui su posizioni filo staliniane, e che verso la fine del 1948 aveva lasciato la Jugoslavia per emigrare in Venezuela, dove successivamente aveva formato una nuova famiglia. Solo nel 1975 le figlie riuscirono a ristabilire un contatto e Gaspare tornò in Italia per incontrarle e rivedere l’antica compagna Rina. Aveva sessanta anni ed era malato di cuore. Rientrato in Venezuela, le figlie rimasero in rapporto epistolare. Ma nel 1979 le lettere del padre s’interruppero, presumibilmente in conseguenza della sua morte.
Romano Repetti
NOTE
[1] Copia dei documenti in Archivio Anpi di Piacenza.
[2] Gli abitanti nell’insieme del comune nel ’44 erano circa 900, quelli attestati dal censimento del 1951 furono infatti 889.
[3] Ne parla più ampiamente solo Italo Londei in “La Lotta Partigiana nella Val Trebbia attraverso la storia di una brigata”, da Il Movimento di Liberazione in Italia, 1969, n° 59-60, Estratto pp 1-87. Londei censura peraltro duramente il comportamento del comandante Gaspare e di altri aderenti. Michele Tosi nella sua La Repubblica di Bobbio – Storia della Resistenza in Val Trebbia e Val d’Aveto, Bobbio 1977, riprende informazioni e giudizi dal saggio di Londei. Riferimenti a questa formazione si trovano inoltre in testi relativi alla Resistenza genovese e ligure, più avanti citati, nei quali Gaspare è generalmente anche indicato quale “Il Croato”.
[4] Cfr. al riguardo AA.VV., Guerra, guerriglia e comunità contadine in Emilia Romagna 1953-1945, Reggio Emilia 1999.
[5] Le informazioni sono state raccolte e registrate in un colloquio del luglio 2010 nella casa di vacanze della signora Rina a Marsaglia (Cortebrugnatella). Quando è stato possibile confrontare le informazioni fornite con quelle di altre fonti attendibili – ad esempio riguardo ai catturati tenuti in custodia a Cerignale – le stesse sono state confermate. Nel proseguo della presente ricostruzione, quando non viene citata un’altra fonte è da intendersi che la biografia di Gaspare è basata su informazioni fornite da Rina Bazzini e dalle figlie .
[6] Cfr. Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Bologna, 2007; Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Torino 2006; Gianni Oliva, Esuli, Milano 2209.
[7] Come hanno ritenuto chi ne ha scritto in passato.
[8] Testimonianza di Rina Bazzini, cit., e di Giovanni Remuzzi, abitante di Cerignale, che si uni a Gaspare come più avanti si dirà, testimonianza registrata nel luglio 2010. La commissione ministeriale dell’Emilia-Romagna per l’attribuzione della qualifica di partigiano riconoscerà allo sloveno una adesione al movimento di resistenza fin dal 1° ottobre 1943. La documentazione relativa a tali riconoscimenti per la provincia di Piacenza è reperibile presso l’Archivio dell’Anpi provinciale.
[9] Gli fu riconosciuta una anzianità partigiana dal 14.2.1944
[10] Luisa Calzetta, anzianità partigiana ufficiale dal 1.5.1944, morirà il 4.12.44 nell’agguato teso ai partigiani al Passo dei Guselli, nel comune piacentino di Morfasso, da un reparto della divisione tedesca Turchestan. Dopo la Liberazione le verrà assegnata alla memoria la Medaglia d’Argento al valor militare.
[11] Anzianità partigiana dall’1.5.1944.
[12] Cfr. Michele Tosi, La Repubblica di Bobbio, cit.
[13] Testimonianza, registrata nel luglio 2010, di Gildo Ertola, che era il ragazzo che diede l’allarme, avendo anche lui un fratello fra i renitenti.
[14] Testimonianza registrata a Cerignale nel giugno 2010
[15] La sua anzianità partigiana inizia il 7.3.1944.
[16] Memoria dattiloscritta conservata in copia nell’Archivio Anpi di Piacenza. L’anzianità partigiana del Mozzi è riconosciuta dal 1.6.1944.
[17] L’anzianità partigiana riconosciuta al Remuzzi parte dal 7.3.1944.
[18] M. Tosi, cit. pgg. 22-23.
[19] Si tratta dei rapporti quotidiani che venivano inviati in via riservata dal comandi provinciali al Comando Generale della Gnr a Brescia e direttamente a Mussolini. Sono stati resi disponibili dalla Fondazione Luigi Micheletti di Brescia nel sito www.notiziarigrn.it
[20] Notiziario Gnr del 19.5.1944. Le parole e frasi fra parentesi sono sempre dell’autore del presente saggio. L’azione della Rocchetta è ricordata da Rina Bazzini – testimonianza cit. – quale disarmo del presidio locale, senza altri particolari.
[21] Notiziario Gnr del 19.5.1944.
[22] Cfr. R. Bozzini, cit.; .I. Londei, cit., pag. 6; M. Tosi, cit., pag. 17 , nota n. 26.
[23] Per il carattere e la data dell’azione cfr. M. Tosi, cit., pag. 24., e A. Mozzi, cit., pagg. 4 e 5. Per alcuni particolari ci si è avvalsi anche del racconto, registrato nel luglio 2008, dell’ex partigiano bobbiese Fanco Maggi.
[24] Cfr A. Mozzi, cit., pag. 5.
[25] Secondo A. Mozzi, cit., pag. 5, sarebbe stata citata anche in una trasmissione di Radio Londra.
[26] Questo tipo di dati sono alquanto variabili da una fonte memorialistica all’altra. Nel rapporto della Divisione partigiana ligure Cichero relativo al disarmo della banda che sarà più avanti indicato si parla di “circa 130 uomini ben armati”. Nella presente ricostruzione sono state considerate meno attendibili le cifre più alte.
[27] Informazione fornita da F. Maggi nel colloquio del luglio 2008 già citato.
[28] Anzianità partigiana riconosciuta dal 9.6.1944.
[29] Testa, Partigiani della Val Trebbia – La Brigata Jori, Genova, 1980, p. 37
[30] Questa parte del saggio è basata su documenti contenuti nell’Archivio privato di Cristiano Maggi, San Giorgio Piacentino, Fondo UPI Zanoni – Pondrelli.
[31] Fernando Cipriani in Guerra partigiana – Operazioni nelle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Anpi Parma, 1945 – colloca questo primo intervento dei partigiani a Bettola nel marzo del ’44.
[32] Notiziario Gnr, citato, del 30.6.1944
[33] In questa prima parte della ricostruzione e stato seguita la testimonianza di Giovanni Remuzzi, partecipe dell’azione, cit.
[34] L’assenza di Gaspare al momento della fucilazione è stata testimoniata anche dal dott. Carlo Tagliani, già ufficiale medico con la spedizione italiana in Russia, diventato poi il prezioso ”dottor Pino” dei partigiani della Brigata Caio. Sopraggiunto a Cerignale per curare dei feriti, vanamente chiese ai presenti di sospendere l’esecuzione in attesa del ritorno di Gaspare e di un regolare processo ai tre, come si usava anche fra i partigiani. Cfr. al riguardo M. Tosi, cit., pag. 25., che riferisce anche della richiesta di clemenza avanzata dal parroco di Cerignale, don Giuseppe Cella.
[35] “Quelli erano ladri più che partigiani” ha esclamato G. Ertola, dopo aver ricordato la requisizione a Rovegno. Testimonianza cit.
[36] Cifr. Guerra, guerriglia e comunità contadine …, cit., pp. 10-13.
[37] Per il Montenegrino cfr. M. Tosi, cit., pag. 23..
[38] Testa, Partigiani di Val Trebbia, cit., pag. 36 e seguenti.
[39] Cfr F. Testa, cit., pag. 37
[40] A. Mozzi, Ricordi partigiani 1943-1945, cit. p. 10.
